La giustissima detenzione di Deniz Göktaş

Nella democraticissima Turchia una battuta ti può far finire in galera.

Tendenzialmente, le battute che ti fanno finire in galera sono quelle rivolte a una persona specifica. Certamente è un caso, poiché l’autonomia della magistratura turca è massima.

Deniz Göktaş, nato il 18 aprile 1994, è evidentemente un pericoloso criminale. Pensavo fosse un semplice comico quando ho visto un suo spettacolo a Milano il 14 marzo 2026. Visto lo spettacolo, saranno quelle cose inspiegabili, pensai: “Mi sa proprio che questo a breve finirà in galera”.

Il 3 luglio 2026 Deniz è stato arrestato. Nonostante la grande minaccia che può potenzialmente rappresentare per l’intera nazione, solamente 88 giorni dopo è stato liberato, ieri, 28 settembre. Per ora, ovviamente, poiché nella liberissima Turchia in galera sai quando entri, ma non sai quando esci. Soprattutto, non sai quando ci rientri. Come è giusto che sia, in uno stato di diritto.

Ora, per capire che spettacolo temibile facesse il giovane comico turco, inserisco qui il link all’intero show, che è lo stesso che ho visto a Milano. Per chi non sa il turco, su YouTube si possono attivare i sottotitoli in un’altra lingua cliccando sul tasto “CC” in basso e impostando la lingua premendo “Settings”, l’icona con l’ingranaggio.

Qui di seguito, invece, mi sono permesso di tradurre la lunga lettera che il presunto comico ha scritto a sua difesa.

Oserei dire che sia addirittura una lettera di protesta. Che faccia tosta! Come si permette…

Qualcuno, leggendo la lettera, potrebbe pensare che Deniz Göktaş sia un EROE DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Facile parlare quando si vive in democrazia. Molto più complesso attaccare il potere quando si vive sotto una dittatura.

Ma chiunque la pensi così, in Turchia viene giustamente messo in galera.

E io, che a dicembre in Turchia ci devo tornare, penso che sia corretto imprigionare chiunque attacchi la grande nazione turca e, soprattutto, la sua irreprensibile classe dirigente! Deniz deve tornare subito in galera, e bisogna buttare la chiave!

Testo integrale della difesa pronunciata da Deniz Göktaş in tribunale:

“88 GIORNI

Sono stato portato qui dal carcere di massima sicurezza di Çorlu Karatepe. Il carcere di massima sicurezza di Karatepe è un carcere noto al pubblico come “un carcere a mo’ di pozzo”. Dal 3 luglio fino a questo giorno di udienza, le mie giornate sono trascorse in una cella dove non entra il sole e dove non posso comunicare con nessun altro detenuto o condannato. Anche con la mia famiglia, in questo periodo, per motivi di massima sicurezza, a differenza degli altri carceri, posso parlare al telefono solo 10 minuti a settimana.

Oggi è il 28 settembre, dal 3 luglio sono passati 88 giorni. Sono in stato di detenzione da 88 giorni per 4 frasi che ho pronunciato, come comico e con la mia identità di comico, in uno spettacolo stand-up al Teatro all’aperto Cemil Topuzlu di Harbiye. Per ogni frase sono stato tenuto 22 giorni in questa cella di massima sicurezza. E questi sono numeri minimi, diciamo per ora 22 giorni a frase.

Naturalmente, come comico, vedere che le frasi hanno una tale forza d’impatto mi rende orgoglioso, ma come cittadino mi dispiace per il curriculum del mio Paese in materia di libertà di espressione.

Quello che mi è successo ha rafforzato la mia fede nel mio lavoro. Dopo aver riconquistato la libertà, continuerò a farlo con ancora più entusiasmo e sicurezza. La mia unica preoccupazione è che, a causa di questo processo, le persone che salgono sul palco si scoraggino e ricorrano di più all’autocensura. Spero che chiunque scriva, disegni, produca si concentri sul lato mezzo pieno del bicchiere; ogni nostra frase porta con sé un potenziale più grande di quanto pensiamo.

4 FRASI

Se chiedessimo a una persona che non conosce questo processo di indovinare quali siano 4 frasi che nel 2026 richiedono 88 giorni di isolamento in cella, probabilmente otterremmo risposte come l’appello a un massacro da parte di qualcuno in preda alla follia, un crimine d’odio, una molestia. Eppure le frasi oggetto di questo processo non sono altro che battute pronunciate in uno spettacolo stand-up, accolte da applausi e risate dal pubblico, che non contengono nemmeno una volgarità. Queste quattro frasi, addotte come motivo del mio arresto, le ho pronunciate 197 volte sul palco prima del video dello spettacolo “Ölü Deniz”; sono ancora dalla parte delle mie battute, perché le mie parole non contengono il minimo elemento di reato.

NOI COMICI

Riguardo alla comicità e ai video degli spettacoli stand-up vorrei precisare una cosa: abbiamo un modo di lavorare opposto a quello della pubblicazione di album e dei concerti nella musica. I musicisti prima registrano l’album e lo pubblicano, poi cantano quelle canzoni insieme al pubblico. Perché quando andiamo a un concerto vogliamo ascoltare le canzoni che conosciamo, accompagnare il musicista. Nella musica la familiarità e il conoscere la canzone sono un vantaggio, nella comicità la sorpresa e il colpo di scena sono indispensabili. I comici fanno lo spettacolo dal vivo davanti al pubblico per anni e solo alla fine dei loro tour lo registrano in video. Quindi il mio video di 90 minuti, oggetto di questo processo, è l’ultima rappresentazione di un testo passato per 3 anni attraverso il setaccio dal vivo di più di 100 mila spettatori.

Ho portato in scena per la prima volta lo spettacolo, con il nome con cui è stato pubblicato, “Ölü Deniz”, identico e con le stesse frasi, nell’ottobre 2023 a Harbiye. L’ultima volta l’ho rappresentato nel giugno 2026, sempre a Harbiye. Quindi, dal primo all’ultimo spettacolo, ho pronunciato queste 4 frasi oggetto del processo 198 volte, in ogni angolo della Turchia, davanti a più di 100 mila spettatori paganti. Ogni volta sono state accolte da risate e applausi.

In questi 3 anni, il numero di denunce pervenute su queste frasi che costano 22 giorni di cella ciascuna: 0. A Samsun, a Edirne, a Mersin, a Muğla, a Çanakkale, a Diyarbakır, a Hatay, a Trabzon, ad Adana, a Çorlu, ad Artvin, migliaia di persone non hanno visto nessuna frase che dovesse farmi finire in carcere. Questi spettacoli si sono svolti nelle sale più grandi e più note di ogni città. Tutti i miei spettacoli sono stati annunciati con manifesti e pubblicità. Gli spettatori venuti da ogni parte della società, lungi dal denunciare, grazie a Dio, lo hanno consigliato ad amici e persone care. Sono venuti più volte allo stesso spettacolo con i genitori, i figli, i fidanzati. Grazie a loro il mio spettacolo “Ölü Deniz”, comprese le 2 serate di Harbiye da 5 mila posti, ha fatto il tutto esaurito per 3 anni. L’unica lamentela che ho sentito in questi 3 anni riguardava la difficoltà a trovare i biglietti. E anche questo perché i biglietti finivano in fretta. E, come ho appena raccontato, alla fine dei 3 anni ho registrato in video lo spettacolo nel luogo in cui era iniziato, il Teatro all’aperto Cemil Topuzlu di Harbiye, la sera del 1° giugno 2026. 23 giorni dopo le riprese, il 24 giugno 2026, l’ho pubblicato su YouTube in versione da 90 minuti, e gli eventi hanno preso il loro corso.

I TROLL

Il mio primo spettacolo, “Selam Selam”, l’avevo pubblicato su YouTube nel 2023 e aveva raggiunto 6 milioni di visualizzazioni. Quindi mi aspettavo che anche questo avrebbe suscitato interesse, ma ha ricevuto un’attenzione davvero molto superiore alle mie aspettative. In 3 giorni milioni di persone lo hanno guardato e condiviso; sono state fatte trasmissioni, sono stati scritti editoriali. Ma, come tutti sappiamo, l’agenda dei social media la determinano i troll e, quando c’è un’agenda fuori dal loro controllo e sgradita, iniziano ad attaccare usando i loro account operativi. Il primo post che ho visto da questa squadra di troll è stato quello di un account troll con molti follower, che usa il nome utente Şamil Tayyar, con la battuta sul dittatore, oggetto dell’accusa di “insulto al Presidente della Repubblica”. Non hanno ottenuto la reazione attesa. Il secondo giorno hanno condiviso una parte della battuta su İmamoğlu, cercando di raffreddare le persone che avevano fatto proprio lo spettacolo. Ma anche questo non ha avuto la reazione che si aspettavano. Utenti evidentemente della stessa squadra di troll supplicavano i compagni: “Andiamo sulle parti che riguardano la religione!” E il terzo giorno hanno tagliato testa e coda della mia battuta oggetto dell’inchiesta, l’hanno cucita ed estrapolata, strappata dal contesto e condivisa simultaneamente da centinaia di account come “Comico che denigra i valori religiosi”, avviando una campagna di reclami su CİMER. Questa non è assolutamente una reazione organica. Che non sia organica si può dimostrare anche con una piccola ricerca sui post.

Il giorno dopo l’hanno dimostrato con le notizie false che hanno diffuso. Prima gli stessi account hanno scritto che ero fuggito all’estero, poi hanno scritto che tutto il processo dello spettacolo faceva parte del mio piano di asilo. Eppure ho pubblicato lo spettacolo il 24 giugno, e il 22 giugno avevo versato la quota per il servizio militare a pagamento, quasi mezzo milione di lire turche, per andare a fare il militare nel 2027. Non ho mai avuto il piano di vivere fuori dalla Turchia.

ESTERO E RITORNO

Ogni anno, appena finita la tournée, vado in vacanza dai miei amici all’estero. Oggi le persone tra i 20 e i 35 anni possiamo dividerle in 3 categorie. 1: Quelli che si sono trasferiti all’estero, 2: Quelli che cercano di trasferirsi, 3: Quelli che cercano di dissuaderli per non restare soli in Turchia. Io sono nella terza categoria. Tutti i miei amici più stretti sono emigrati perché non vedevano un futuro in Turchia. È stato tragicomico leggere le notizie “è fuggito all’estero” insieme ai miei amici che cercavo di convincere a tornare in Turchia. Mentre io cerco di fermare la fuga dei cervelli, la Turchia mi ostacola. Ora, da comico finito in carcere per 3 mesi a causa di uno spettacolo stand-up, dovrò cercare di convincerli. Abbiamo presentato al tribunale tutte le notizie false e i post manipolatori su questo processo. Subito dopo è uscita la notizia dell'”inchiesta”. Senza che ci fosse arrivata alcuna informazione ufficiale, ho chiamato il mio avvocato, il signor Metin. Ha detto: “Non c’è un mandato di cattura, ma torna pure, se vuoi.” Dopo questa notizia ho interrotto la vacanza e, così come ero partito, con tre magliette nello zaino, sono saltato sul primo aereo e sono tornato in Turchia.

Sceso dall’aereo sono andato dalla polizia di frontiera dell’aeroporto e ho detto: “Potrebbe esserci un mandato di cattura nei miei confronti.” Abbiamo controllato insieme, abbiamo aspettato. È venuto un poliziotto a prendermi e con lui ho camminato fino al posto di polizia dell’aeroporto. Nel frattempo ho salutato le persone che mi riconoscevano in aeroporto, augurando buon viaggio. Non mi hanno preso sotto braccio né messo le manette. Gli agenti del posto di polizia erano stupiti: “Deniz, perché sei tornato, sei matto? Io al posto tuo non sarei mai tornato.” Abbiamo aspettato il commissario tra le risate. Ero stupito che perfino i poliziotti volessero lasciare il Paese.

È arrivato il commissario e la prima cosa che ha detto è stata: “Mettetegli le manette.” Ho detto: “Mi sono consegnato da solo, non c’è motivo di mettere le manette.” Ha detto che era la procedura obbligatoria. Io ho detto: “Non do il mio consenso, allora dovrete farlo con la forza.” A quel punto il commissario ha rinunciato e mi hanno messo in camera di sicurezza.

Dopo un po’ è arrivato un commissario della Sezione Sicurezza di Vatan Emniyet, e di nuovo ha detto “manette”. Ho detto le stesse cose. Stavolta i poliziotti indossavano giubbotti catarifrangenti troppo stretti. Ho capito che si sarebbe fatto uno show con il video, e ho detto che non davo il consenso né alle manette né alle riprese. Lo hanno fatto con la forza. Poiché era la prima volta in vita mia che cercavo di non farmi mettere le manette, sono riuscito a resistere per circa 4 secondi. Alla fine, sono uscito dall’aeroporto in cui ero entrato dicendo “Forse ho un mandato di cattura”, con le manette dietro la schiena e la testa spinta in basso. Faccio i complimenti al corpo di polizia: hanno catturato con la massima efficienza una macchina criminale dalle 4 frasi in canna.

VATAN EMNİYET E TRIBUNALE

Mi hanno filmato con le manette da davanti, da dietro, di lato. In tutti gli scatti ho alzato la testa, ho trovato la telecamera e ho riso. Sapevo che li avrebbero pubblicati; poiché non sono riusciti a ottenere l’immagine del rituale di umiliazione che volevano, hanno pubblicato una ripresa da lontano e di spalle. Poi dalla stanza degli agenti senza aria condizionata di Vatan Emniyet sono stato portato nella stanza dei dirigenti con l’aria condizionata, e da lì in una camera di sicurezza sotterranea, piena al massimo della capienza, che puzzava di droga. Non esagero: tutti gli agenti di polizia mi chiedevano perché fossi tornato in Turchia. Se avessero avuto le mie possibilità, non sarebbero rimasti nemmeno un minuto. Da bambini i genitori dicevano: “Fai il funzionario statale, ti sistemi la vita”, adesso persino loro sognano di lasciare la Turchia. Mi ha rattristato che le persone fossero così stufe del Paese, e mi sono chiesto perché dovrei vivere in esilio a vita solo per aver fatto ridere la gente a Harbiye.

Quando il poliziotto incaricato di sorvegliarci in camera di sicurezza, indicando l’uomo accanto a me, ha detto: “Se questo psicopatico ti uccide di notte mentre dormi, saremmo nei guai”, sono passato dalla situazione del Paese alla mia. Dopo un po’ mi hanno fatto uscire di nuovo e mi hanno portato alla medicina legale. Mi hanno prelevato sangue, urina, capelli e unghie. Nell’atto d’accusa e nell’inchiesta non compariva nemmeno l’ombra della parola droga, eppure sono stato sottoposto al test antidroga con 0 prove, 0 accuse, 0 motivi concreti. Sono passati 88 giorni, e ancora non conosciamo il risultato.

Quella notte, senza essere stato ucciso a Vatan, al mattino sono stato portato al Tribunale di Çağlayan. Ho spiegato le battute a un pubblico ministero che non aveva guardato lo spettacolo oggetto dell’interrogatorio, e nemmeno quelle frasi. Uscito dall’interrogatorio in procura, mentre aspettavo l’udienza nel corridoio del tribunale, nonostante avessi detto tre volte, in modo netto e deciso, di non voler incontrarlo, un commissario, imponendo il fatto compiuto, mi ha fatto incontrare Kemal Kılıçdaroğlu. Come se le manette dietro la schiena non bastassero, prima dell’udienza sono stato costretto a incontrare Kılıçdaroğlu. Kılıçdaroğlu ha detto: “Perché sei tornato dall’estero, se potessi non resterei qui nemmeno un minuto.” No. Purtroppo, tra le persone con cui ho parlato durante tutto questo processo, non è stato l’unico a dirlo. Non volevo incontrarlo perché, mentre ero in stato di fermo, non si facesse pubblicità sulla mia pelle. Costretto, ho parlato in modo duro, netto e negativo. Hanno smentito perfino la mia conversazione, di cui tutti sono stati testimoni. Gli agenti mi hanno chiesto: “Perché gli hai detto di mollare il CHP?” Senza poter vedere nemmeno i miei avvocati, con le mani ammanettate, perché sono stato costretto in tribunale a incontrare Kemal Kılıçdaroğlu? Me lo chiedo ancora.

Poi sono stato arrestato dal tribunale davanti al quale sono stato portato, con i sospetti di fuga e di inquinamento delle prove. Eppure, nonostante avessi il visto per talenti che dà diritto a soggiorno e lavoro, ottenuto per esibirmi al New York Comedy Festival, ero tornato in Turchia appena avevo saputo dell’inchiesta.

Allo stesso modo, il video del mio spettacolo, oggetto e unica prova del processo, mentre le autorità cercavano di oscurarlo con un blocco d’accesso, l’ho condiviso io stesso dagli altri miei account social: lungi dall’inquinare le prove, ho fatto il possibile per proteggerle.

CELLA E SEGBİS

Nella mia prima settimana in cella ho guardato il mio video con le manette dietro la schiena, il rifiuto ostinato di Kemal Kılıçdaroğlu della frase che gli avevo detto, e le notizie false sul conto di mio padre diffuse dagli organi di stampa che facevano la campagna CİMER contro di me. Il problema di questa squadra di troll, molto chiaramente, non era la religione, ma zittire ogni voce critica usando le sensibilità religiose.

Per 88 giorni ho aspettato di comparire a questa udienza. La preparazione di un atto d’accusa di 4 frasi ha richiesto 64 giorni. Mentre questa attesa incerta era già psicologicamente stancante, sono stato anche scarcerato e arrestato di nuovo. Al 57° giorno, un venerdì, sono stato portato in fretta e furia al SEGBİS. Come nei riesami della detenzione, ancora una volta i miei avvocati non erano stati convocati. Davanti a me c’era di nuovo il giudice che mi aveva arrestato. Ha detto che, in seguito all’opposizione, ero stato scarcerato per entrambe le accuse. Ha fatto una pausa. Dopo un breve silenzio ha detto che c’era una richiesta di arresto per una nuova accusa. Dopo i 30 secondi di libertà vissuti nella stanza del SEGBİS, per una frase pronunciata nei primi 5 minuti dello stesso spettacolo “Ölü Deniz”, perché proprio nel momento della scarcerazione, 2 mesi dopo il mio arresto, era stato individuato un nuovo reato, sono stato arrestato di nuovo per aver elogiato la banda dei Daltonlar.

Poi, il lunedì, sono stato arrestato di nuovo anche per gli altri 2 reati. Mentre in cella guardavo MasterChef da solo, in 2 giorni lavorativi sono stato arrestato per 3 diversi reati. Ho la sensazione che, se il 61° Tribunale Penale di Primo Grado non mi avesse concesso alcuna scarcerazione, il mio numero totale di reati sarebbe stato inferiore. Ed eccomi qui, con addosso la serenità di una persona scarcerata 30 giorni fa da tutte le accuse e l’inquietudine di una persona arrestata di nuovo 3 volte subito dopo la scarcerazione.

UN DITTATORE TIMIDO

Il motivo per cui mia madre e mio padre sono venuti 12 volte da Ankara a Çorlu per potermi vedere da dietro un vetro solo 1 ora a settimana è la prima delle 4 frasi, quella che ho detto sul Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan: “Il passaggio da un dittatore timido a un dittatore in pace con la propria identità, se non pensiamo a quello che è capitato a noi, è per un essere umano un progresso positivo.” E BAM! 22 giorni senza sole per Deniz.

Qui la definizione “dittatore timido” è stata considerata insulto al Presidente della Repubblica, e anche l’espressione “sicuramente va in terapia, l’ultimo video in cui ha riso era al cimitero” è stata ritenuta offensiva. “Dittatore” non è un insulto, è una qualificazione politica. In un’altra produzione artistica si potrebbe dire autocrate, nello spettacolo di un comico si potrebbe dire democratico, facendo ridere più di me. Le parole scelte possono cambiare a seconda dello stile del testo e dell’artista.

Il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan è anche il Presidente dell’AKP. Come massimo dirigente della Turchia e di un partito al potere da 25 anni, deve essere aperto all’arte della satira e alla critica umoristica, che è una tradizione secolare di questa geografia. La similitudine con il “dittatore” nello spettacolo è un paragone che si fa spesso in tutto il mondo per tutti i governanti con tendenze autoritarie.

Il passaggio sul “ridere al cimitero” è un riferimento al video noto come “Caro Musa”, in cui anni fa Recep Tayyip Erdoğan, parlando con un giornalista, elogiava i lavori svolti nei cimiteri. Poiché è una delle rare immagini in cui il Presidente ride di cuore, viene spesso condiviso e citato sui social media. Perciò anche il racconto nello spettacolo è una semplice constatazione umoristica più che un’espressione offensiva.

La terapia, poi, è un servizio di supporto psicologico che tutti dovrebbero frequentare e da cui dovrebbero trarre beneficio, una parte naturale della vita. Io, che frequento la terapia da anni e la consiglio a chiunque ne abbia la possibilità, non ho fatto alcun riferimento a un disturbo psicologico; essendo laureato in psicologia, non può essere che io usi l’andare in terapia in senso negativo.

Nell’atto d’accusa si parla di valori sociali e della necessità di proteggerli. Sia l’umorismo sia la satira sono valori di questa geografia che si estendono per secoli. Nonostante la frase “Siamo i nipoti di Nasreddin Hoca” venga pronunciata di continuo, quando l’argomento è uno che non vogliamo sentire, viene ostacolato o trattato come un divertimento da punire. Eppure, se una battuta vi dà fastidio, le sanzioni che potete infliggere sono chiare e più che sufficienti. Se non vi piace un comico, non ridete, lasciate i suoi spettacoli senza pubblico, criticate le sue battute/il suo testo con la stessa durezza. Ma tra le sanzioni da infliggere a chi sale sul palco non devono esserci la censura, il divieto e l’arresto. Questa percezione di censura e divieto, la paura dell’arresto, è motivo di preoccupazione tanto per gli artisti e per ciò che producono quanto per tutti i cittadini. I politici, come ogni figura pubblica, devono sopportare queste critiche.

L’UMORISMO DI ALLORA E OGGI

Il pubblico ministero dell’inchiesta ha riportato, per tutta la prima pagina dell’atto d’accusa, ampie citazioni degli articoli della Costituzione che tutelano la libertà di espressione e dell’articolo del Codice Penale turco che traccia i limiti del reato di insulto. Secondo le stesse citazioni dell’atto d’accusa, il fatto che un comico dica “dittatore” in uno spettacolo stand-up non contiene alcun elemento di reato. In realtà, per capirlo, una persona non giurista come me non ha bisogno di queste informazioni. Perché chiunque non sia al primo incontro con l’umorismo politico e la satira sa che la dose di critica in questa battuta è molto lieve e morbida. Io da bambino sono cresciuto guardando Levent Kırca in televisione e leggendo riviste umoristiche. Ho visto le pièce di Ferhan Şensoy; ho sfogliato negli archivi i volumi di Gırgır e le rappresentazioni di Devekuşu Kabare. Se quei maestri mi avessero visto, avrebbero potuto dire: “Per essere un comico sei troppo morbido”, e trovarmi un fifone. Ma ai loro tempi queste critiche venivano considerate normali dalla società e dai governanti, e anche quando le loro opere ricevevano critiche non diventavano oggetto di procedimenti giudiziari. Eppure le leggi in questione, in quegli anni, erano le stesse di oggi. Ma l’umorismo politico che allora sarebbe stato considerato morbido oggi fa scontare a un comico la cella. Le leggi non sono cambiate, cosa è cambiato? I governanti.

Le opere e le leggende di decine di satirici, da Nasreddin Hoca all’epoca repubblicana, sono ancora ricordate; persino i nomi dei governanti che criticavano sono ricordati grazie a queste opere critiche. Ferhan Şensoy, che mi ha fatto amare il turco e l’umorismo, e con lui Sabahattin Ali, Rıfat Ilgaz, Aziz Nesin; le riviste umoristiche Markopaşa, Diyojen, Akbaba, Gırgır, Leman, Penguen, Uykusuz, hanno trovato un posto nella memoria e nella cultura di questa società più duraturo di quello della maggior parte dei politici. Mentre i nomi che Ferhan Şensoy criticava e che cercavano di censurarlo sono stati dimenticati da un pezzo, anche tra le generazioni più giovani c’è chi conosce a memoria i suoi pezzi.

La satira, l’umorismo politico, questo valore sociale, e i comici che sono soli sul palco e nella vita: la magistratura deve proteggerli dai detentori del potere infastiditi dalle loro battute e dalle folle inferocite; occorre creare un ambiente in cui questa cultura critica, valore di queste terre da secoli, possa essere esercitata liberamente.

Se l’umorismo politico nella Turchia di oggi non è direttamente vietato, in questa battuta non c’è alcun elemento di reato. Perché uno spettacolo di umorismo politico in cui non compaia il nome del Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, presidente del partito che governa il Paese da 25 anni, non ha né sincerità né legame con la realtà. Come sappiamo dalla raccolta di Pertev Naili Boratav, Nasreddin Hoca, che non risparmiava le parole all’autorità, se oggi facesse stand-up, metà dello spettacolo riguarderebbe Recep Tayyip Erdoğan.

Il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan è il primo responsabile, l’interlocutore o colui che ha il dovere di risolvere ogni questione che in Turchia si possa criticare e su cui si possa scherzare: dalla pratica delle manette dietro la schiena di cui ho parlato, ai giovani che emigrano, ai funzionari che sognano di andarsene, all’autocensura degli artisti, alle condizioni economiche. Naturalmente, essendo più consapevole di tutti noi di questa responsabilità, dovrebbe accogliere con maturità le critiche e le battute su di lui.

Eppure, in questo spettacolo stand-up di 90 minuti in cui parlo di decine di argomenti e persone diverse riguardanti la Turchia e l’attualità, solo 5 minuti in tutto riguardano lui, e di questi 5 minuti una sola frase è diventata oggetto dell’atto d’accusa.

Anche il fatto che ci sia un governante il quale, pur avendo fatto molte dichiarazioni del tipo “Se fossi un dittatore non potreste dirmi dittatore”, si è lamentato di un comico per aver detto in una battuta “dittatore timido” e lo ha privato della libertà per 22 giorni a frase, sarà oggetto di critica. Non ho alcuna intenzione di insulto, chiedo l’assoluzione.

CİMER E LE ALTRE 3 FRASI

Le restanti 3 frasi sono state trattate come “denigrazione dei valori religiosi”, e poi indicate come motivo del mio arresto con l’accusa di “istigazione del popolo all’odio e all’ostilità”. Come prova che queste 3 frasi, per le quali si è addotto a motivo che io abbia trascorso 66 giorni in cella, avrebbero istigato il popolo all’odio e all’ostilità, la procura ha presentato 185 reclami CİMER. Il 3 luglio, giorno del mio arresto, lo spettacolo “Ölü Deniz” era stato visto dal vivo da più di 100 mila spettatori; su YouTube c’erano 6 milioni di visualizzazioni, 100 mila mi piace, più di 20 mila commenti positivi. Da una parte questi, dall’altra 185 reclami CİMER.

Questi 185 reclami CİMER presi in carico sono presenti nel fascicolo. Avendo molto tempo in cella, li ho guardati tutti. Lo spettacolo viene condiviso il 24 giugno, per 3 giorni è al centro dell’attenzione su internet e nei media, in 3 giorni ottiene circa 4 milioni di visualizzazioni. Indovinate quanti reclami CİMER sono arrivati in questi 3 giorni? Soltanto 1. E non riguardava temi religiosi, ma il Presidente della Repubblica. Come ho raccontato all’inizio, per 3 giorni gli attacchi dei troll non hanno attecchito, poi con il loro “Andiamo sulle questioni religiose” è iniziato un fastidio artificiale. Il popolo non ha alcun reclamo. Lo capiamo sia dalle date dei reclami sia dalle immagini allegate. La stragrande maggioranza di chi ha presentato reclamo non ha visto lo spettacolo, ma è arrivata da spezzoni video manipolatori, senza inizio né fine, degli account operativi dei social media con titoli tipo “Un comico disgustoso offende la nostra religione”. Abbiamo presentato al tribunale gli screenshot presenti nei reclami CİMER che lo dimostrano. Ma non si accontentano del video: guardate, per esempio, ci sono molti reclami CİMER provenienti dalla pagina “okadirmisiroglubey”. Nello screenshot vediamo che la pagina scrive “Segnalate a CİMER, non fermatevi a un tag, non prendete la scorciatoia”.

Questi reclami non sono organici. È una campagna artificiale, in cui pagine il cui unico rapporto con l’arte e l’umorismo è scrivere reclami indirizzano i propri follower ritagliando e tritando i video. Immaginiamo ora una scena: c’è un religioso di cui vi piacciono i discorsi e le idee. Un gruppo che ama quel religioso ha creato una pagina Instagram in cui raccoglie e condivide i suoi discorsi. Anche voi seguite la pagina, insieme ad altre 100 mila persone, per quei discorsi religiosi. Poi una sera viene fatto un post fuori dal normale stile di pubblicazione: un video intitolato “Denunciate questo infame”, sotto cui c’è scritto “Denunciate a CİMER”. Guardate il video: un ragazzo con i baffi dice cose in uno stile a cui non siete abituati, migliaia di persone ridono. Ammettiamo che non abbiate visto alcun insulto, ma vi ha infastidito l’orecchio. Andreste a CİMER dando retta alla pagina che amate, o avreste avuto la curiosità di scoprire la verità e sareste andati su YouTube? Ecco, nonostante tutto questo impegno e questa manipolazione, solo 185 reclami! Perché in queste frasi non c’è nulla che meriti il nome di denigrazione e mancanza di rispetto. Nonostante decine di account con molti follower mi abbiano preso di mira, sono riusciti a convincere solo 185 persone. D’altra parte parliamo di uno spettacolo di umorismo politico visto 15 milioni di volte, su cui sono stati scritti articoli, che ha occupato l’agenda. Se anche il cartone animato più tranquillo del mondo diventasse così tema del giorno in Turchia, riceverebbe 185 reclami.

Sicuramente avete esaminato i reclami CİMER del fascicolo. Chi ha fatto questa campagna non sono account interessati all’arte, che seguono lo stand-up. Non c’è mai stato un elogio a un’opera d’arte da parte loro, né una critica, anche negativa. Li conosciamo tutti, questi account; le loro uniche interazioni con l’arte e l’umorismo sono gli abiti delle artiste e gli appelli al divieto. Domani potrebbero chiedere di vietare i concerti, il giorno dopo di vietare lo stand-up. Non rappresentano il popolo.

Del resto, mentre ero dentro ho visto in TV che il più famoso dei giornali che mi hanno preso di mira ha lanciato la campagna “Abolire l’istruzione mista”. Sono sicuro che avrà superato i 500 reclami CİMER. Spero che, con le loro stesse parole, “il popolo la vuole così”, non aboliscano l’istruzione mista.

Per capire l’espressione che aveva offeso chi ha presentato reclamo, ho guardato i reclami uno per uno. Uno dei 185 reclami dice: “Paragona lo Stato selgiuchide a un’insalata.” Nell’atto d’accusa non c’è un’accusa simile, non ho capito perché la procura l’abbia inclusa. Un altro ha scritto: “I follower Instagram di questo individuo diminuiscono di 100 mila e ne aumentano di 200 mila. Potrebbe essere una lobby esterna a farlo”, e la procura lo ha preso come uno dei 185 reclami. Queste cose si saranno confuse nel mucchio, può essere. Lasciamo perdere l’atto d’accusa, un reato simile non esiste.

Ma ci sono due reclami che mi hanno davvero rattristato e che citerò senza alcuna esagerazione. Due persone di quella parte del popolo che avrei istigato all’odio e all’ostilità hanno chiesto che io venga giustiziato. È presente nel fascicolo. “Chiedo la sua espulsione o, se vi occupate della questione, la sua esecuzione il prima possibile.” Un altro ha detto: “Sia giustiziato in un Paese dove c’è la pena di morte, grazie.”

Prima di tutto, nessuno può istigare all’odio e all’ostilità questo cittadino, figuriamoci io. L’odio che ha lui basta a tutto il Medio Oriente. Ha fatto innovazione dell’odio: voi siete un Paese senza pena di morte, ma avete un comico da condannare a morte; nell’altro Paese c’è la pena di morte, ma non c’è un comico criminale. Chiede l’esportazione di un comico da condannare a morte. E sotto questo reclamo c’è scritto “Il suo reclamo è stato preso in carico”. La procura cita questo reclamo CİMER come riferimento dicendo “Il popolo si è infastidito per Deniz”. Giuridicamente non è grave? Mi sembra così perché il tema sono io, o è davvero così?

LA BATTUTA SUL KAMIKAZE

Non credo di aver istigato il popolo all’odio e all’ostilità in nessun modo, come nell’accusa. Che io vada in giro di città in città in sale enormi denigrando apertamente i valori religiosi non è conforme al normale corso della vita, né è credibile. I 185 di CİMER sono il popolo, mentre i 100 mila che hanno riempito le sale per vedere lo spettacolo, i 20 mila che hanno lasciato commenti positivi, i 15 milioni che hanno guardato il video non sono il popolo? Ma naturalmente, che non si fraintenda: non ho affatto la pretesa che nessuno debba essere infastidito da queste due frasi. Al contrario, capisco. La fede religiosa è la linea rossa delle persone, una persona può volere che in uno spettacolo comico non si tocchino questi temi, è ovviamente una sua scelta. Anche se nello spettacolo non c’è alcuna parola negativa o denigratoria, possono esserci frasi insolite. In quel caso non guardare, criticare è loro diritto più naturale. Ma respingo le affermazioni che ci sia stata qualsiasi denigrazione o mancanza di rispetto. Nessuno può mostrarle, sono tutte interpretazioni esagerate e forzate.

A MasterChef Armağan, quando ha discusso con Eyyüp Can, disse: “Io sono responsabile di ciò che dico, Eyyüp Can, non di ciò che tu capisci.” Anch’io, con questa intenzione, spiegherò le frasi di cui sono responsabile.

Innanzitutto, le citazioni nell’atto d’accusa sono molto incomplete e tendenziose. In un’accusa che priverà una persona della libertà per anni, è triste che si parta da metà frase. Nella battuta elenco le cose di cui ho paura quando esco per strada. La squadra antisommossa, gli autisti di autobus che fanno il digiuno (il fatto che questo non sia nell’atto d’accusa può indurre a un grosso equivoco) e i kamikaze, ma soprattutto i kamikaze che fanno il digiuno. Qui c’è un semplice gioco di parole. Di queste tre cose ho davvero paura. È noto lo stato nervoso di chi fa il digiuno. Così come, dicendo autisti di autobus che fanno il digiuno, non sostengo che chi digiuna sia più adatto e idoneo a fare l’autista di autobus, dicendo kamikaze che fanno il digiuno non c’è alcuna allusione o associazione di quel tipo. È solo una semplice battuta in cui unisco la crisi di nervi e lo scoppio. Non c’è alcuna intenzione o allusione di denigrare i valori religiosi.

4 LIBRI

Continuerò con un’altra mia frase oggetto dell’atto d’accusa, ma voglio precisare che in questi 3 anni, portando in giro il mio spettacolo “Ölü Deniz” di città in città davanti a centinaia di migliaia di spettatori paganti, se un mio spettatore mi avesse detto di essersi sentito offeso da ciò che raccontavo sul palco, ovviamente mi sarebbe dispiaciuto.

In un’altra battuta correlata citata nell’atto d’accusa dico “Il quarto libro è il mio preferito” e “Tra i quattro libri è di gran lunga il migliore”. Qui non intendo in alcun modo sminuire il libro sacro o le persone che vi credono. Come ho appena detto, con un tale segno di disprezzo, il fatto che io vada in giro di città in città a esibirmi, denigrando i valori di fede delle persone e vendendo e riempiendo ripetutamente i biglietti di ogni spettacolo successivo, ritengo sia contrario, altrettanto, al normale corso della vita. Non ho assolutamente l’intenzione di denigrare i valori di una persona di fede. Chiedo che il significato delle mie parole sia valutato insieme all’insieme della battuta e alla sua esecuzione sul palco.

In carcere c’è il servizio di guida spirituale. Il funzionario religioso lì mi conosceva, mi ha chiesto: “Sei un comico molto bravo, ma perché hai fatto quella battuta?” Io ho risposto: “Hocam, dov’è la mancanza di rispetto?” Ha detto che dicendo “Autore” avevo attribuito una caratteristica umana a Dio. L’uso di “Autore” può essere scorretto dal punto di vista della terminologia religiosa, ma non contiene in alcun modo un significato negativo, sarcastico o denigratorio. Non ne ho l’intenzione, e ho trovato strano che venisse inteso così. Lo spettacolo “Ölü Deniz”, come ripeto spesso in questa difesa, è uno spettacolo stand-up, una produzione artistica. Non ha alcuno scopo di istruzione religiosa. La scelta della parola può essere considerata errata o insolita, ma ciò non significa che sia mancanza di rispetto o denigrazione. In tutta questa battuta c’è una sola espressione negativa: “I primi tre libri erano buoni, la traduzione del quarto è debole”. Anche qui il riferimento non è al libro sacro in sé, ma alle discussioni sulle traduzioni e sulle interpretazioni che sento da anni.

L’APERTURA SUI SOMMOZZATORI

Le 3 frasi per cui ho reso la mia difesa fin qui, pur essendo gravi dal punto di vista della libertà di espressione, sono discussioni in qualche modo familiari e che mi aspettavo. Il Presidente della Repubblica può essere criticato? Cos’è un insulto? Si può fare umorismo su temi religiosi? È mancanza di rispetto? Qual è il limite della libertà di espressione? eccetera. Ma la terza frase, sui “Sommozzatori”, di cui parlerò ora, è scioccante per me e per chiunque sappia il turco. Perché qui vengo giudicato per l’esatto opposto del significato, della critica che ho detto chiaramente, sottolineandolo persino in grassetto. Le reazioni alle altre tre frasi le avevo viste sui social media prima di essere preso in custodia.

Mi sono imbattuto ancora una volta, prima dell’interrogatorio in procura, nel fatto che la frase sui sommozzatori fosse stata interpretata in modo così opposto di 180 gradi, completamente sbagliato. Nel commento di Nagehan Alçı. Non mi ci ero soffermato, essendo lei vittima di ritardo mentale. Ma quando, il giorno in cui sono stato preso in custodia, ho sentito la frase come accusa nell’interrogatorio del pubblico ministero, mi sono stupito e ho chiesto: “Qual è l’accusa?” Ha detto che si trattava di discriminazione nei confronti delle donne in burkini. Poi ha detto che non aveva visto lo spettacolo, ma l’aveva letto dal testo. Da allora fino alla preparazione dell’atto d’accusa ho pensato: “Probabilmente è stata una confusione dovuta alla fretta di quel giorno, non entrerà nell’atto d’accusa.” Non mi sarei mai aspettato che arrivasse fin qui questa accusa tragicomica e forzata. Giorni neri per il turco.

LENNY BRUCE E LA CHIUSURA SUI SOMMOZZATORI

Come dicevo, anche se già nella citazione dell’atto d’accusa emerge un significato opposto all’accusa, voglio comunque ripetere la battuta spiegandola così com’è sul palco.

Anche il comico americano Lenny Bruce, processato per le sue battute, ebbe un problema simile; riguardo alla valutazione delle sue battute attraverso i testi in tribunale disse: “Leggere uno spettacolo stand-up dal testo è come ascoltare la colonna sonora di un film.” Perché l’atteggiamento del comico nello spettacolo, le sue pause, la reazione del suo pubblico, ciò che racconta prima e dopo, creano tutto il contesto e il significato dell’esibizione. Come in un film le battute, le parole prendono corpo con l’interpretazione dell’attore che le esegue, allo stesso modo per il comico che esiste sul palco l’interpretazione e la recitazione sono altrettanto indispensabili. La comicità è un po’ anche parlare in modo sbagliato o far finta di parlare in modo sbagliato. A volte, tagliando la fine e guardando solo il centro, si può trovare l’errore.

“In Turchia un comico viene processato per quello che dice, guarda come siamo ridotti. Dov’è la libertà di espressione”, dice la gente a proposito del mio caso. Ma, come si vede da questo esempio, il processo ai comici non è una peculiarità turca. Il comico americano Lenny Bruce di cui parlo è stato processato per le sue battute, nel 1965! Il Governatore di New York, da cui dipendeva il tribunale di New York che lo processò, 40 anni dopo si è scusato con il comico per quel processo.

Comunque, la battuta è questa: sto raccontando la vacanza in cui sono andato per uscire dalla depressione dopo la sconfitta alle elezioni del 2023. “Mi sono sdraiato sul lettino. Ho detto: ok Deniz, questa è la vita, tutto è alle spalle, la Turchia, le elezioni, la politica… Farò scorrere nel mare lo stress di tutto l’anno.” C’è un personaggio laico e di opposizione che ha subito la sconfitta elettorale. Sta per trovare pace in vacanza quando succede qualcosa. “Mentre pensavo così, dal mare sono uscite alcune persone. I capelli non si vedono. Un abito nero che copre tutto il corpo.”

Poiché sto sfuggendo un po’ alle elezioni e alla politica, nel pubblico si crea una grande tensione: il 90% pensa che il profilo che descrivo siano donne in burkini. Perché questa discussione culturale, caricaturale e stereotipata, ha segnato gli anni. Ed è una discussione molto accesa nella società. Tra gli spettatori, quelli conservatori, liberali o femministe… trattengono il respiro pensando “Ma se sei uno così, Deniz, sei una grande delusione”, gli altri pensano “sei uno stupido, è questo l’argomento?”, forse uno su mille pensa “Ah, finalmente qualcuno che la pensa come me sulle donne in burkini”. Faccio una pausa. Tutti sentono il silenzio. La tensione aumenta ancora, poi dico “quei cazzo di sommozzatori” e diventa il punto dello spettacolo in cui si ride e si applaude di più. Perché spiazzo tutti. Capelli che non si vedono, un abito nero che copre tutto il corpo… Corrisponde davvero anche alla descrizione di un sommozzatore. Anzi, la maggior parte dei burkini non è nera. Da quel punto di vista è una descrizione più adatta ai sommozzatori. Il pubblico applaude il colpo di scena e, allo stesso tempo, si stupisce di essere stato così sicuro della possibilità del burkini al posto dei sommozzatori. E, dall’altra parte, vive un grande sollievo psicologico perché l’ho deluso e non ho pronunciato una frase discriminatoria. 5 mila persone, una diversa dall’altra, comprendono in pochi secondi queste frasi sentite per la prima volta e reagiscono, ma chissà perché chi ha preparato l’atto d’accusa, nonostante le abbia ascoltate e lette più volte e nonostante le mie spiegazioni nelle difese e nei riesami della detenzione, si ostina a non capire.

Va bene, fin qui le frasi sono chiare ma avete dubbi sulla mia intenzione, sentite un’allusione subdola in me e nei 5 mila spettatori: il seguito della battuta è più che sottolineato e chiaro per uno spettacolo comico! Grazie a Dio il pubblico ministero, pur avendo vanificato l’accusa, ha inserito questa parte nell’atto d’accusa: “Non applaudite a vuoto, non avete superato il test.” Sto dicendo che è un test e che il pubblico è rimasto dalla parte sbagliata del test. “Così vi abbiamo conosciuti” + “Harbiye ha fatto onore al suo nome”. Quando dico “Deniz Baykal non è morto, vive nel vostro inconscio”, senza alludere al vecchio esercito e al tema del velo, ricordo Deniz Baykal, uno dei nomi simbolo delle discussioni sul divieto del velo, come causa inconscia dei pregiudizi, come effetto residuo. Tutto e la mia posizione sono molto chiari. Ma continuo, analizzando perché mi piace raccontare questa battuta: “La maggior parte del pubblico è gente dolce e carina, si innervosiscono moltissimo”? Parlando di “dolci” a proposito di persone che temono di dire burkini al posto di sommozzatori, che temono che io faccia un discorso discriminatorio, chiarisco anche la mia posizione nella discussione. E subito dopo spiego che odio davvero i sommozzatori. L’odio, naturalmente, è esagerato per far ridere, ed è un’altra prova che dicendo sommozzatori intendevo i sommozzatori.

STAND-UP E SOCIETÀ

Perché faccio una battuta su un tema del genere? La comicità e lo stand-up, agli occhi di alcuni, sono un campo che deride argomenti da nulla e fornisce divertimento sfuggendo alla realtà. Eppure da decenni, come le altre arti sceniche, come il cinema e il romanzo, anche lo stand-up ha prodotto opere d’arte molto efficaci su temi personali e sociali. Personalmente trovo lo stand-up più potente delle altre narrazioni e delle loro opere, soprattutto sui temi considerati tabù, conflittuali, tristi, tesi. Perché? Perché ridere è un riflesso, quindi non è possibile una reazione controllata. Questo permette di liberarsi di alcuni filtri. Nel mio spettacolo di 90 minuti trovano posto insieme le mie vergogne personali, le mie contraddizioni, i miei tabù, le mie paure e i miei conflitti e i conflitti, le tensioni, i tabù e le contraddizioni sociali. La paura che i kamikaze o le bande di strada creano in noi nella vita quotidiana, le figure dei media, le figure politiche, il mio tirocinio in ospedale psichiatrico, ecc.: tutto ha un posto nello spettacolo.

Anche in questa battuta faccio qualcosa di simile attraverso il tema dell’abbigliamento, che chissà perché ha occupato tanto spazio per molti anni nella storia della Turchia. L’abbigliamento delle donne è stato per anni un tema su cui parlavano i politici uomini. Noi guardavamo. Quello che alcuni miei conoscenti, che si atteggiavano a libertari, dicevano sul “burkini” mi sembrava sempre contraddittorio già da bambino. Non incontro più persone che potrei definire “caricature laiche” di questo tipo, e non penso che ce ne siano tra il pubblico, ma nell’inconscio di tutti noi è rimasto un residuo di quella tensione e di quelle discussioni. Anche questo, di per sé, è una situazione comica. Sono felice di averlo fatto emergere con una battuta del genere. È uno dei miei punti preferiti dello spettacolo.

Curiosamente, questa è anche la parte preferita dei miei spettatori che si definiscono religiosi/conservatori. Si sentono visti. Qualcuno, per esempio, mi ha detto: “Sapevo che non avresti detto burkini, l’ho detto anche a quello accanto a me.” Quindi vengo processato per aver denigrato la parte religiosa per la battuta preferita dei conservatori. Se vengo processato con l’accusa di denigrazione dei valori religiosi per queste frasi, allora in Turchia tutti, e dico davvero tutti, 86 milioni di persone, possono essere processati per ogni loro frase con l’accusa di denigrazione dei valori religiosi. Trarre questo significato è così forzato e vergognoso.

Ho dedicato più tempo a questa battuta perché per me è il tema più delicato. Mentre le altre accuse riguardano i limiti della libertà di espressione, qui vengo accusato di qualcosa che non coincide con la mia visione della vita e con il mio spettacolo. D’altra parte, il fatto che questa frase sia stata aggiunta all’atto d’accusa è per me una fortuna. Mentre l’accusa è di discriminazione contro la parte religiosa del popolo, qui si vede che c’è una critica alla parte laica. L’accusa si scioglie da sola; non ho alcuna ostilità verso nessuna parte.

Ho critiche verso i governanti, e ho battute su ogni tema riguardante la Turchia. La gente comune non è il mio bersaglio ed è naturalmente il mio pubblico. Nell’atto d’accusa c’è scritto che nell’interrogatorio in procura avrei ammesso di aver detto burkini dicendo sommozzatori. O è un grande errore o è un’interpretazione in malafede. Ricordo l’interrogatorio, non ho detto una cosa del genere. Secondo la mia dichiarazione a verbale ho detto: “Qui faccio una critica al pregiudizio mostrato verso le persone che entrano in mare con il burkini. Anzi, se esaminate l’intero discorso, critico le persone che hanno pregiudizi verso chi entra in mare con il burkini. Nel discorso, dicendo “quei cazzo di sommozzatori”, li spiazzo. All’inizio del discorso il pubblico pensa che parlerò di persone che entrano in mare con il burkini, ma io porto il discorso sui sommozzatori e, mettendo il pubblico di fronte ai propri pregiudizi, faccio uno spettacolo critico. Del resto penso di aver chiarito che il mio scopo era mostrare il pregiudizio del pubblico anche dicendo, nel seguito del discorso, “Harbiye non ha superato il test”.”

Come dicevo, che io giri tutta la Turchia insultando le donne in burkini e venga applaudito non è conforme al normale corso della vita. È una fantasia paranoica e arcaica; dicendo “quei cazzo di sommozzatori” intendevo le persone in burkini e infatti ci sono state 0 denunce.

Le 3 frasi incluse nell’accusa di istigazione del popolo all’odio e all’ostilità non sono altro che un artificiale prendermi di mira da parte di troll dei social media che non mi amano per ragioni politiche e vogliono screditarmi e farmi condannare. Nel digiuno c’è un riferimento al nervosismo della fame, nel 4° libro non c’è mancanza di rispetto e la battuta sui sommozzatori è un errore commesso in fretta da questi account ostili. Il popolo non si riduce a 500 reclami CİMER. Ritengo che non si debba aprire la strada al fatto che io venga preso di mira con una campagna. Difendo le mie frasi, chiedo l’assoluzione.

I DALTONLAR

Le 4 frasi per cui mi sono difeso fin qui sono le accuse che hanno causato il mio arresto e per le quali il 61° Tribunale Penale di Primo Grado 30 giorni fa aveva disposto la mia scarcerazione. 57 giorni dopo il mio arresto, proprio nel giorno in cui sono stato scarcerato, sono stato arrestato come terzo capo d’accusa per lo stesso spettacolo, con la motivazione di aver elogiato la banda dei Daltonlar.

Ho espresso un problema importante e attuale della società in cui vivo, nell’ambito della mia professione, con uno stile umoristico e ironico. Quanto un giornalista che racconta come funzionano queste reti criminali o un pubblico ministero che redige un atto d’accusa su di esse fanno correttamente il loro lavoro, tanto con questa battuta, come comico, ho voluto fare la stessa cosa.

Per i motivi sopra indicati non accetto le accuse a mio carico, chiedo che venga emessa una sentenza di ASSOLUZIONE e SCARCERAZIONE.”

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