Il calcio come specchio del Paese

Questo articolo vuole mettere a confronto la situazione disastrosa del calcio italiano con la generale situazione del Paese Italia.

Da ex calciatore dilettante, dopo aver calcato per anni i campi di Serie D ed Eccellenza con più passione che talento, e dopo aver allenato in alcuni importanti settori giovanili del Veneto, ho visto con i miei occhi molti dei meccanismi che hanno contribuito al declino del calcio italiano.

Elementi comuni, che hanno portato al disastro:

  • Corruzione
  • Incompetenza
  • Superficialità
  • Conservatorismo
  • Invidia sociale
  • Avversione al merito
  • Visione pessimistica del futuro
  • Avversione verso il nuovo, l’innovazione, il diverso e lo straniero

La differenza è che è più semplice sistemare il sistema calcio italiano che l’intero Paese.

Innanzitutto, lo sport ha sempre il grande vantaggio di dare un responso evidente tramite i risultati delle partite, cosa che non si può avere in altri ambiti. I politici italiani, corrotti e incompetenti, possono provare a usare battaglie propagandistiche per coprire i fallimenti economici del Paese: il fatto che gli stipendi non crescano da 30 anni, che la produttività sia ferma da altrettanto tempo, che non si investa in innovazione, che i giovani migliori migrino in altri Paesi, che il sistema pensionistico sia insostenibile, e tutti gli altri problemi di cui parliamo in questo blog. Si può provare a buttare tutto sotto il tappeto, dare la colpa ai numeri “cattivi” (altro tema già discusso in precedenti articoli) oppure ai nemici. Nemici che se sei di destra sono gli immigrati, se sei di sinistra sono i cattivi capitalisti, se sei di destra-destra sono entrambi.

Nel calcio questo giochetto è meno facile, perché il bello dello sport è che la prestazione è sotto gli occhi di tutti. Dopo 3 Mondiali di fila in cui l’Italia non si qualifica, si fa fatica a non dire che il calcio italiano sia in crisi. C’è ancora chi lo nega, per carità: c’è chi pensa che la Serie A sia uno dei campionati più importanti al mondo, che gli allenatori italiani siano i più preparati del pianeta, che il problema del calcio italiano sia un generico “ci sono troppi stranieri”.

Il report di Baggio del 2010/2011

Un mito, Baggio, per altro della mia città.

Dopo l’eliminazione al primo turno del Mondiale 2010 in Sudafrica – la Nazionale campione del mondo in carica uscita di scena contro Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda – la FIGC decise di correre ai ripari. Il 4 agosto 2010, su proposta del presidente Giancarlo Abete e d’intesa con il presidente dell’AIAC Renzo Ulivieri, Roberto Baggio venne nominato presidente del Settore Tecnico della Federazione.

Il mandato era ambizioso: ricostruire dalle fondamenta l’intero movimento calcistico italiano, dai vivai alla formazione degli allenatori. Baggio si mise al lavoro con più di 50 collaboratori per oltre un anno, guardando ai modelli di Spagna, Germania, Francia e Inghilterra, e nel dicembre 2011 presentò al Consiglio Federale un dossier di circa 900 pagine. Probabilmente il progetto più completo mai scritto in Italia sulla formazione calcistica.

I punti cardine del piano di Baggio:

  • Meno tattica, più tecnica: revisione radicale del modo in cui si formano i giovani, con l’idea che l’eccesso di fisicità e di impostazione tattica precoce soffochi il talento e l’intelligenza di gioco.
  • Test misti, fisici e tecnici: basta valutazioni puramente atletiche, scollegate dal contesto reale della partita.
  • Formazione morale come priorità: valori, comportamento, senso di responsabilità ed equilibrio al centro dei settori giovanili, non come optional ma come parte integrante del progetto.
  • Riforma della Scuola Allenatori: criteri di selezione più severi, percorsi di studio più lunghi, certificazioni più selettive, competenze educative (non solo tattiche) per chi forma i tecnici del futuro.
  • Un sistema meritocratico e moderno, allineato ai Paesi che in quegli anni già producevano i giocatori e gli allenatori migliori d’Europa.
  • Infrastrutture e tecnologia: un centinaio di centri federali distribuiti sul territorio, sul modello di Coverciano, per allenamenti, test e monitoraggio dei giovani; e un archivio digitale nazionale con raccolta sistematica di dati, video e statistiche. Un’idea di big data applicati al calcio, pensata quindici anni prima che diventasse uno standard internazionale.

Il risultato? Un incontro di presentazione durato poche decine di minuti dopo un anno di lavoro. La FIGC annunciò uno stanziamento di 10 milioni di euro per avviare il progetto, che non arrivò mai. Le priorità federali cambiarono, il dossier finì in un cassetto, e nel gennaio 2013 Baggio si dimise, denunciando l’impossibilità di portare avanti il progetto e la propria marginalità nelle dinamiche federali.

Sono passati più di quindici anni. L’Italia non si è qualificata per il Mondiale per la terza volta consecutiva. Le criticità che Baggio aveva individuato nel 2010 – poca tecnica e troppa tattica precoce, allenatori formati male, assenza di una visione morale e valoriale nella crescita dei ragazzi, inadeguatezza di infrastrutture e tecnologia – non solo non sono state affrontate, ma sono la fotografia perfetta di ciò che ancora oggi blocca il movimento.

L’importanza della competenza e delle persone

Quando Giovanni Malagò diventa presidente della FIGC, la mia speranza era che coinvolgesse Paolo Maldini. Non solo lo ha nominato, ma gli ha affidato un ruolo chiave, quello di responsabile del Settore Tecnico e del Club Italia. Un ruolo che prima non esisteva. Maldini ha coinvolto Leonardo, un altro vincente, come advisor. Insieme si sono messi al lavoro, e i risultati già si vedono. Il solo fatto che Guardiola stia ufficialmente valutando una proposta della derelitta federazione italiana lo si deve a Maldini.

Maldini

È considerato da molti il miglior difensore della storia del calcio. Soprattutto, è rispettato da tutti. Si è opposto alla corruzione dei tifosi, motivo per cui fu contestato da una parte della curva del Milan il giorno del suo ritiro.

Alcuni episodi: Guardiola gli dedica la vittoria della sua prima Champions League da allenatore. Ramos si è “tolto il cappello” davanti a lui. Henry lo considera un mito. Ronaldo il Fenomeno lo indica come il miglior difensore contro cui abbia mai giocato.

Come dirigente, prende un Milan ai minimi storici e lo porta a vincere lo scudetto e a una semifinale di Champions League. Non lo lasciano più lavorare in pace e se ne va. Il Milan da due anni non si qualifica nemmeno per la Champions League.

Avversato dal sistema perché non si piega: da quando ha smesso di giocare ha passato più anni fuori dal calcio che dentro.

Guardiola

Non mi è mai stato particolarmente simpatico. Si presenta sempre come il buono, e io diffido dei buoni. Diversi grandi campioni, tra cui Eto’o e Ibrahimović, non ne parlano bene in termini di trasparenza. Per molti altri, invece, è stato il miglior allenatore che abbiano mai avuto anche da un punto di vista umano.

Cosa c’entra la simpatia? Come provo sempre a dire, non si possono valutare i leader in base alla simpatia.

Pep Guardiola è indubbiamente l’allenatore più influente degli ultimi 30 anni. Più di Ancelotti, il solo che possa competere con lui in termini di vittorie. Più di Mourinho, che da interista sono portato ad adorare. Più di Klopp, che è stato il suo avversario principale in Premier League. Più di chiunque altro. Chi segue il calcio sa che ha cambiato il modo in cui si allena, si gioca e si vince.

Lo testimoniano i trofei vinti, ma anche altri dati oggettivi:

  • 41 trofei in carriera da allenatore, secondo posto di sempre dietro solo ad Alex Ferguson (49), davanti a leggende come Ancelotti e Mircea Lucescu.
  • Il primo Sextuple della storia del calcio, vinto con il Barcellona nel 2009 (Liga, Coppa del Re, Champions League, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Mondiale per Club).
  • Ha vinto campionati nei tre principali campionati Europei – Spagna, Germania, Inghilterra – cosa che nessun altro grande allenatore ha replicato con la sua continuità di risultati. Solo Ancelotti ha fatto meglio, vincendo anche in Francia e Italia.
  • La percentuale di vittorie più alta nella storia della Premier League (oltre il 70%).
  • La striscia di imbattibilità più lunga nella storia della Champions League (26 partite consecutive senza sconfitte).
  • Il Treble con il Manchester City nel 2022/2023 (Premier League, FA Cup, Champions League), completato poi dal Mondiale per Club.

Guardiola è semplicemente il migliore in quello che fa. Punto. Il suo stile di gioco non è mai stato il mio preferito, ma bisogna avere la competenza per riconoscere che ha saputo evolvere: il Guardiola del 2026 non è il tiki-taka del 2009. Guardando le cose con mentalità razionale, si vede che ha condizionato l’intero gioco, cambiando prima il movimento spagnolo, poi quello tedesco, infine quello più importante di tutti, l’inglese.

“Ma aveva i giocatori migliori.” Certo, i migliori vanno dai migliori. “Ma vuole troppi soldi.” Su questo Maldini è stato chiarissimo: i soldi non sono un problema. Aggiungo io: la mancanza di soldi è la scusa tipica degli italiani anche in politica. Quando i soldi arrivano (vedi il PNRR), i risultati non arrivano comunque. Il problema non sono i soldi, è la visione.

Al solo nome di Guardiola si sono già alzate le barriere. Il presidente del CONI, Buonfiglio, ha dichiarato “La sola cosa che chiedo a Malagò è un CT italiano”. Dimmi che sei un dinosauro senza dirmi che sei un dinosauro. La Lega Serie A spinge per Conte, un allenatore old school che non ha mai vinto nulla a livello di competizioni internazionali, ma che in Italia viene trattato come uno dei migliori al mondo – percezione decisamente provinciale, non condivisa all’estero. Persino Cairo, presidente del Torino, che pure si è detto positivamente colpito da Malagò e Maldini, è già sceso in campo a dire che 8-10 anni sono troppi e che bisogna fare le cose velocemente.

Anche qui, lo specchio del Paese: secondo i sondaggi gli italiani vogliono proprio Conte, e persino chi apprezza l’operazione come Cairo non riesce a concedere il tempo che un progetto serio richiede. Come sempre: zero visione, si vogliono i pasti gratis. Maldini invece è chiaro: ci vorranno dagli 8 ai 10 anni per realizzare il piano che serve a sistemare le cose.

Anni fa Mancini stabilì il record di partite senza sconfitte per una selezione nazionale: 37, poi battuto pochi giorni fa dalla Spagna campione del mondo. Con un’incredibile vittoria all’Europeo 2020 (giocato nel 2021 per il Covid) Mancini fece un miracolo nonostante il sistema Italia, non grazie al sistema Italia.  Nel girone di qualificazione al Mondiale 2022, dopo aver dominato il gioco, l’Italia pareggiò due volte con la Svizzera, sbagliando due rigori nei minuti finali: segnandone anche solo uno si sarebbe qualificata direttamente. Il playoff con la Macedonia fu incredibile: in tutta la partita un tiro in porta degli avversari – all’ultimo minuto – un gol, Italia a casa. Nel frattempo l’allora presidente Gravina aveva fatto pressioni perché si cambiasse lo staff di Mancini (cose che chi ha un certo tipo di standing difficilmente può accettare). Fu talmente criticato dal popolino che se ne andò. Da allora, il vuoto. Chi segue il calcio con competenza aveva previsto cosa sarebbe successo nel momento dell’abbandono di Mancini.

Se non dovesse arrivare Guardiola, Maldini vorrà un allenatore allineato con la sua idea tecnica. Si fa il nome di Pirlo, un tecnico giovane e con poca esperienza. Gli italiani sono già arrabbiati e vogliono l’usato sicuro. Ancora una volta, non si capisce che se si dà a qualcuno la responsabilità di decidere, bisogna lasciarlo fare il proprio lavoro. Si giudicheranno poi i risultati, non solo sportivi, ma di come si sarà rafforzato o indebolito l’intero movimento calcistico. Maldini sceglierà il CT, non gli italiani. Per fortuna, non è una scelta democratica.

Con Maldini, se l’Italia lo lascerà lavorare, non ho dubbi che le cose miglioreranno.

Oggi in Puglia si sposa Gigi Donnarumma, capitano della Nazionale. Tra gli invitati si fanno i nomi di Guardiola, suo ex allenatore al City, e di Maldini, suo ex dirigente. I sognatori pensano che proprio oggi, tra un brindisi e l’altro, possa maturare l’accordo finale per portare Guardiola sulla panchina della Nazionale.

Perché in Italia con la competenza, la visione e la mentalità vincente, le cose possono cambiare in meglio. Nel calcio come in tutto il resto.

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