Köprüyü geçene kadar ayıya dayı denir

Il titolo di questo articolo riporta un detto turco piuttosto diffuso. La traduzione è qualcosa del tipo del tipo “Bisogna chiamare ‘zio’ anche l’orso, finché non hai attraversato il ponte“.

La frase gioca sulla similarità tra la parola orso (ayı) e la parola zio (dayı). Dipinge una visione opportunistica e pragmatica, secondo cui bisogna ingraziarsi anche una persona potente, seppur sgradevole, finché se ne ha bisogno.

Mi ritengo una persona piuttosto intollerante e rigida. È uno dei motivi per cui faccio molta fatica a lavorare con chi ritengo eticamente abbietto, intellettualmente disonesto, o semplicemente una brutta persona. Ma riconosco che questo sia un enorme limite. Infatti, credo che sarei un pessimo politico. Ma la capacità di lavorare in maniera pragmatica è fondamentale per un leader, soprattutto un leader in grado di guidare una nazione e un popolo.

La frase del titolo, secondo alcune ricostruzioni storiche (Kinross: Atatürk, the rebirth of a nation) fu pronunciata anche da Kemal Atatürk nei confronti della Russia di Lenin. Seppur radicalmente contrario all’applicazione del comunismo in Turchia, Kemal creò rapporti diplomatici con la Russia Leninista, fin dall’inizio della rivolta che liberò la Turchia dal dominio delle potenze occidentali che avevano deciso di eliminarla dalla faccia della terra. Fu anche grazie all’oro e alle armi fornite da Lenin che la Turchia riuscì a vincere la Guerra di Indipendenza (traduzione occidentale di quella che in turco si chiama, non a caso, Guerra di Sopravvivenza).

Bene, arriviamo al punto dell’articolo. Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato di poter vedere le cose dal punto di vista che descriverò nelle prossime righe. Il che mi fa anche dubitare della mia capacità di previsione futura, ovviamente. Ad ogni modo, credo che l’Europa sia esattamente nella condizione di dover applicare il detto popolare turco. In questo caso, l’orso sono gli Stati Uniti d’America. Per un filooccidentale, convinto liberista come me, è difficile ammetterlo, ma mi pare palese. L’alleato americano è in realtà una minaccia. Si tratta di una nazione che sta abbandonando i principi fondamentali di quello che consideravamo “il mondo occidentale”, fatto di Stato di Diritto, difesa dei diritti inviolabili della persona, difesa della libertà di parola e di espressione. Gli USA sono in una pericolosa china, che può portare all’autocrazia, o comunque all’oligarchia. Per quanto io creda che si libereranno presto di Trump, il problema di fondo permane in maniera evidente e si potrà ripresentare.

Gli USA si stanno preparando alla guerra finale con la Cina. Mi impressiona sentire parlare il CEO di Palantir, Alex Karp. Ancora di più, mi impressiona l’assoluto silenzio con cui i nostri media non sottolineano la situazione. Palantir, cofondata da Peter Thiel, uno degli uomini più potenti del mondo. Parla dell’Europa come un burattino, pedante e fastidioso. Una colonia americana, da utilizzare a piacimento nella guerra con il nemico cinese. Una nullità tecnologica, quale effettivamente siamo.

Un continente vecchio, in mano ad anziani senza visione né mezzi per capire il presente e il futuro. Per anni ho cercato di spiegare in questo blog il ruolo fondamentale dell’innovazione. Vedo che poco è cambiato: l’ecosistema startup è ancora visto come un giochino in mano a qualche giovane squattrinato. Investire in innovazione rappresentava il futuro dell’Europa per evitare di diventare vassalli senza voce in capitolo, schiacciati tra America e Cina, dipendenti energeticamente dalla Russia, che nel contempo ci minaccia militarmente. Siamo schiavi, e ormai non veniamo nemmeno consultati dagli USA prima di fondamentali decisioni che hanno conseguenze enormi sul nostro futuro. Le decisioni ci passano sopra alla testa, come quella relativa all’attacco all’Iran. E non parlo della testa del “popolo europeo”, qualsiasi cosa voglia dire. Parlo della testa della nostra classe dirigente. Non contiamo veramente più un cazzo e siamo così addormentati che non capiamo nemmeno come tutto questo sia potuto accadere.

Alcune citazioni di Alex Karp, verbatim:

L’Europa non viene nemmeno considerata come potenza di nessun tipo. “There are two and a half tech centers in the World: America, China, Israel”. (il mezzo tech center è Israele)

Parlando dell’imminente guerra con la Cina. “It’s not a foregone conclusion that we win. The biggest problem of this country on these things is that…We debate this things as if we don’t have adversaries. It’s not actually true. It’s binary: they will win, or we will win”.

Parlando poi di Israele e della relazione con gli USA, Karp dice esplicitamente di non volere l’Europa come alleato, proprio perché manca un vero settore tecnologico. “Do you want a country that is sometimes difficult to deal with as a partner? Or do you want partners that have no tech scene as a partner? It’s like…in this world having a fully adult independent aligned country that doesn’t always agree with us is much better than what we somehow have in Europe. We do not want that.”

Quindi, che dobbiamo fare? Parlavo in questo blog di Daron Acemoğlu ben prima che ricevesse il premio Nobel per l’Economia nel 2024. Lo citerò nuovamente, perché credo che abbia grande visione e capacità di lettura di fenomeni economici e politici dalla portata storica. Tra questi fenomeni c’è certamente la rivoluzione legata all’Intelligenza Artificiale.

Acemoğlu ha parlato poche settimane fa alla cerimonia di laurea 2026 della Koç Üniversitesi. Lo speech completo è qui.

Riassumo al massimo il messaggio di Acemoğlu, che sviluppa un discorso ampio e organico. Il punto centrale è che l’Artificial Intelligence non è necessariamente positiva o negativa: dipende dalla direzione in cui la sviluppiamo. Oggi sta prendendo soprattutto la strada dell’automazione e della sostituzione del lavoro umano, favorendo la concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani delle grandi aziende tecnologiche e aumentando disuguaglianze e fragilità sociali. Il mercato da solo non corregge questa tendenza, perché le imprese hanno incentivi a sostituire lavoratori anziché ad aumentare le loro capacità. Acemoğlu propone invece un’AI complementare all’uomo, che aumenti produttività, competenze e creatività e generi nuovi lavori. Per decidere questa direzione servono istituzioni democratiche forti, perché la tecnologia non segue una traiettoria inevitabile: sono le scelte politiche e sociali a determinare chi beneficia dell’innovazione. Il problema è questo: proprio mentre abbiamo bisogno della democrazia per governare l’AI, la democrazia è in crisi. Il messaggio finale ai laureati è quindi di non delegare a mercato, tecnologia o grandi aziende le decisioni sul futuro, ma assumersi la responsabilità di orientarlo, tutelando l’indipendenza della scienza.

Pur essendo un liberista, condivido la preoccupazione di Acemoğlu.

L’Europa è certamente il posto al mondo che più si sta ponendo i quesiti di cui parla l’economista turco. Aggiungo però un’amara considerazione. Senza alcun asset tecnologico, come pensa l’Europa di poter anche solo influenzare la traiettoria dell’utilizzo e dell’applicazione dell’Intelligenza Artificiale? Continuando così, subiremo le decisioni degli USA, sempre meno paese occidentale e democratico, e della Cina, dittatura capitalista di Stato.

Non una bella prospettiva: ha senso dire ‘zio’ all’orso se, una volta superato il ponte, sei forte e indipendente. Se invece sei disarmato e, passato il ponte, ti trovi tra le grinfie di un famelico dragone sputafuoco, potevi anche mandare l’orso a fare in culo.

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