Caino e il gioielliere

Questa settimana Mario Roggero è entrato in carcere. La Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo, dopo l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour del 28 aprile 2021. Ha 72 anni: lui stesso, in un video registrato in auto prima di costituirsi, l’ha chiamata “un ergastolo”.

Se quella rapina fosse avvenuta a Dallas invece che nelle Langhe, Roggero con ogni probabilità non avrebbe passato un solo giorno in cella. Non si sarebbe trattato di un cavillo, ma della Legge. E questa distanza tra due ordinamenti occidentali, entrambi democratici, dice qualcosa di profondo su cosa pensiamo che sia la giustizia. Qualcosa che riguarda anche un tema apparentemente lontanissimo: la battaglia di Nessuno tocchi Caino per la dignità dei detenuti.

Le domande di fondo sono due. La prima, uno Stato che non difende il criminale, può difendere il cittadino? La seconda, a chi appartiene la violenza?

Cosa dice la legge italiana

Vediamo perché Roggero è stato condannato.

In Italia la legittima difesa (art. 52 del codice penale) ruota attorno a un cardine: l’attualità del pericolo. Puoi difenderti mentre l’aggressione è in corso. La riforma del 2019 (legge 36/2019), quella della cosiddetta “difesa sempre legittima” nel domicilio, ha allargato le presunzioni a favore di chi reagisce dentro casa o dentro il proprio negozio, ma non ha toccato, e non poteva toccare, quel cardine. Quando l’aggressione è finita, la reazione non è più difesa, ma viene considerata ritorsione.

Non si poteva toccare il cardine dell’attualità del pericolo per ragioni che stanno sopra la legge ordinaria. La Costituzione italiana pone la vita al vertice dei beni giuridici e la proprietà più in basso. Una norma che autorizzasse a uccidere per recuperare merce, ad aggressione conclusa, rovescerebbe quella gerarchia e verrebbe demolita dalla Corte costituzionale. E la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’art. 2, ammette la forza letale solo per difendere persone, mai il solo patrimonio. La Cassazione, infatti, ha subito letto il nuovo art. 52 nell’unico modo possibile: le presunzioni alleggeriscono la prova della proporzionalità mentre l’intrusione è in corso, non creano una licenza di sparare a chi fugge. Ecco il paradosso politico della vicenda. Roggero è esattamente il caso simbolo per cui quella legge fu invocata, ed è anche la dimostrazione che quella legge non lo copriva e non avrebbe mai potuto coprirlo. Chi promette “la difesa è sempre legittima” in Italia promette una cosa che l’ordinamento non può mantenere.

I giudici, in tutti e tre i gradi di giudizio, hanno accertato che i rapinatori stavano scappando, che stavano salendo in auto, e che la loro azione aggressiva era “totalmente conclusa”. Roggero li ha inseguiti in strada e ha sparato più colpi, colpendoli alle spalle. Nessun pericolo attuale, quindi nessuna causa di giustificazione. E’ omicidio volontario. La pena è stata mitigata dalle attenuanti, perché i giudici hanno riconosciuto il disturbo post-traumatico da stress conseguente a una precedente rapina subita nel 2015, ma la qualificazione del fatto non è mai stata in discussione.

Dal punto di vista tecnico-giuridico italiano, la sentenza è ineccepibile. Ed è proprio questo il punto interessante. Non è un errore giudiziario, ma una scelta di civiltà giuridica. Un’altra civiltà giuridica ha fatto la scelta opposta.

Il Texas: dove la proprietà vale una vita

Il Texas Penal Code, alla sezione 9.42, autorizza l’uso della forza letale per proteggere la proprietà. Non solo per respingere una rapina in corso, ma anche per impedire che chi è “in fuga immediatamente dopo aver commesso una rapina” scappi con la refurtiva, quando chi spara ritiene ragionevolmente che i beni non possano essere recuperati in altro modo. È scritto nero su bianco. Sparare alle spalle di un rapinatore che fugge con la merce rubata, in Texas, può essere condotta pienamente legale.

A questo si aggiungono la Castle Doctrine, per cui la tua casa (e il tuo negozio, e la tua auto) è il tuo castello e dentro di essa la legge presume che la tua paura sia sempre ragionevole. E anche lo Stand Your Ground, che non impone nessun obbligo di ritirata. Mai, nemmeno in luogo pubblico, se ti trovi legittimamente dove sei. La logica complessiva è coerente. In Texas la violenza dell’aggressore azzera i suoi diritti. La vittima diventa, per il tempo dell’aggressione e della fuga, un braccio armato legittimo dell’ordine.

Non è solo teoria, poichè queste differenze si vedono nella pratica. Nel 2007 a Pasadena, Texas, Joe Horn vide due uomini svaligiare la casa del vicino. Attenzione: non la sua casa, quella del suo vicino. Chiamò il 911, annunciò all’operatore (che lo supplicava di restare in casa) che sarebbe uscito a fermarli, e li uccise entrambi con un fucile mentre fuggivano con la refurtiva. Il grand jury rifiutò perfino di rinviarlo a giudizio. Refurtiva altrui, aggressione conclusa, colpi alle spalle: un caso perfino più estremo di quello di Roggero. Esito: nessun processo.

Qui l’audio autentico della chiamata al 911 di Mr Joe Horn.

Ecco perché si può dire con ragionevole certezza che il gioielliere di Grinzane, in Texas, sarebbe un uomo libero. Probabilmente un eroe locale.

Pagare i propri rapinatori: uno scandalo?

C’è poi il dettaglio della sentenza che ha fatto più rumore della pena stessa: insieme alla condanna, sono diventate definitive provvisionali per 480mila euro. Il gioielliere derubato che risarcisce i suoi rapinatori. Sembra il punto in cui il sistema si copre di ridicolo, e invece è il punto in cui il sistema mostra la sua coerenza.

Diciamolo senza giri di parole. Si, una parte di quei soldi va a un rapinatore. Il terzo complice, sopravvissuto alle ferite, incassa direttamente il risarcimento da parte dell’uomo che ha rapinato. Il resto va agli eredi dei due uccisi, familiari e figli che non hanno commesso alcun reato, e per loro il discorso è meno scandaloso di quanto sembri. Sono i parenti di due persone uccise fuori da ogni giustificazione legale. Ma il complice ferito no, è proprio uno dei rapinatori, e il sistema lo risarcisce lo stesso.

Perché? Perché il risarcimento è la conseguenza meccanica della qualificazione penale. Stabilito che non fu legittima difesa ma omicidio volontario e tentato omicidio, quei tre sono giuridicamente vittime di un reato, e chi commette un reato risponde civilmente dei danni. Non esiste ordinamento coerente in cui un fatto è omicidio ai fini penali ma danno non risarcibile ai fini civili. L’alternativa sarebbe dichiarare che chi rapina diventa un fuorilegge in senso letterale, uno la cui vita e la cui integrità fisica perdono valore giuridico. Allora rientreremmo esattamente nella logica texana. Lì, non a caso, molte leggi stand your ground includono l’immunità civile esplicita: se sei giustificato penalmente, non sei nemmeno citabile per danni. Ogni sistema è coerente con se stesso.

C’è però un terreno su cui la discussione è legittima. Il nostro legislatore il problema se l’era posto. La riforma del 2019 ha previsto che chi agisce in legittima difesa domiciliare non risponda civilmente, e che chi eccede per grave turbamento paghi solo un’indennità equitativa. Roggero non ha avuto accesso a nulla di tutto questo perché la difesa è stata esclusa in radice. Resta semmai da chiedersi se il concorso di colpa di chi crea la situazione con una rapina a mano armata non dovrebbe comprimere il risarcimento fin quasi al simbolico, almeno verso il complice sopravvissuto. Ma questa è una questione di misura, non di principio.

L’altra metà del discorso: Caino

E qui entra in scena il secondo tema, quello che sembra non c’entrare nulla. Nessuno tocchi Caino, l’associazione fondata nel 1993 nell’area radicale di Marco Pannella, nata contro la pena di morte e diventata la voce più coerente sulla condizione carceraria italiana.

Il nome viene dalla Genesi, e non è un dettaglio. Caino ha ucciso Abele: è colpevole, non c’è dubbio, non c’è garantismo che tenga sul fatto. Eppure Dio gli imprime un segno perché nessuno lo tocchi, perché la catena della vendetta si fermi lì. Il primo atto della giustizia, nel racconto fondativo della nostra cultura, non è la punizione del colpevole, ma è la protezione del colpevole dalla vendetta.

I principi che ne discendono li conosciamo, almeno sulla carta. La pena deve tendere alla rieducazione (articolo 27 della nostra Costituzione). La giustizia non è l’istituzionalizzazione della vendetta. E attenzione a un altro aspetto: chiunque potrebbe un giorno trovarsi in galera, magari per qualcosa che non ha commesso. La storia giudiziaria italiana trabocca di innocenti che hanno passato anni in cella. Il trattamento che riserviamo al detenuto è il trattamento che accettiamo, in potenza, per noi stessi. In carceri sovraffollate dove i suicidi segnano record anno dopo anno, questo non è un esercizio retorico.

La domanda di fondo

Sembrano due discorsi opposti. Da un lato, c’è chi chiede più durezza per i criminali, dal’altro chi vuole più umanità. In realtà alla base vi è la stessa domanda: a chi appartiene la violenza?

La risposta dello Stato italiano moderno è che la violenza appartiene allo Stato, e a nessun altro. È il patto fondativo. Il cittadino rinuncia a farsi giustizia da sé. In cambio, lo Stato si impegna a fare due cose.

Primo: proteggere il cittadino, la sua vita e (sottolineo!) la sua proprietà. Per quanto in Italia il socialismo sia molto apprezzato sia a sinistra che a destra, in una società moderna la proprietà non è un feticcio borghese, ma è il frutto di anni di lavoro, di rischi, di rinunce.

Secondo: è fondamentale esercitare la forza sul criminale in modo impersonale, proporzionato, orientato al recupero. Non vendicarsi per conto della vittima, ma custodire il colpevole anche contro la sete di vendetta della vittima.

Le due promesse stanno o cadono insieme. Ed è qui che entrambe le tifoserie sbagliano.

La destra vendicativa sbaglia perché il modello texano non sarebbe un rafforzamento dello Stato italiano. Sarebbe la sua abdicazione. Delegare al privato armato la punizione del ladro in fuga significa ammettere che il monopolio della forza è fallito, e privatizzare la giustizia sul posto, senza processo, senza appello, con pena unica e capitale per un reato contro il patrimonio. Chi applaude Roggero come giustiziere dovrebbe chiedersi se vuole davvero vivere in un Paese dove ogni commerciante esasperato è insieme giudice, giuria ed esecutore, e dove il prossimo colpo di pistola alle spalle potrebbe partire su un equivoco, contro suo figlio sedicenne che scappa dopo una bravata.

La sinistra buonista sbaglia in modo speculare, e la parabola di Roggero lo dimostra. Nelle motivazioni della sentenza c’è un passaggio che dovrebbe far riflettere più della pena stessa: Roggero era convinto di dover agire da solo, perché le autorità, dopo la rapina subita nel 2015, non avevano fatto il loro dovere. Aveva torto a sparare. Non aveva torto a sentirsi abbandonato. Quando la cultura politica tratta il furto come reato minore, la proprietà come colpa sociale da espiare e la vittima come un privilegiato che se la può permettere, produce esattamente i Roggero. Cittadini che smettono di credere al patto e si riprendono la violenza che avevano delegato. Il buonismo selettivo, dove si mostra tutta la compassione per Caino e nessuna per il derubato. State approvvigionando di carburante il giustizialismo privato che dite di voler combattere. E Vannacci vi ringrazia.

Uno Stato serio fa entrambe le cose (proteggere il cittadino e custodire il colpevole), e le fa perché sono due facce della stessa medaglia. Pattuglia, indaga, processa in tempi umani, risarcisce le vittime, prende sul serio il reato contro la proprietà. Poi, custodisce il condannato in un carcere degno, lo rieduca, lo protegge dalla vendetta di chiunque, gioielliere compreso. Non mostra alcuna tenerezza verso il crimine.

Uno Stato che lascia sparare al ladro in fuga ha già confessato di non saper proteggere il negozio. Uno Stato che lascia marcire i detenuti in celle da record di suicidi ha già confessato che la sua giustizia è vendetta a scoppio ritardato. In entrambi i casi il messaggio al cittadino è identico. Il patto tra Stato e Cittadino non vale. Arrangiati.

Mario Roggero sconterà la sua pena in quelle stesse carceri di cui Nessuno tocchi Caino denuncia le condizioni da trent’anni. Se c’è una speranza in questa storia, è che chi oggi chiede la grazia per lui scopra, visitandolo, che cosa significa davvero la detenzione in Italia. E che chi da sempre difende i detenuti riconosca in lui non un mostro, ma il prodotto prevedibile di uno Stato che ha smesso di mantenere le sue due promesse.

Nessuno tocchi Caino, appunto.

Ma affinchè nessuno debba toccare Caino, lo Stato deve prima aver difeso Abele.

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