Nelle ultime settimane ho studiato parecchio.
Ho letto libri interessanti, come On Freedom di Timothy Snyder. Ultimamente sto approfondendo soprattutto le idee di persone che non la pensano come me. Ho letto e ascoltato così tanto chi parte dall’economia per arrivare a conclusioni razionali sui problemi sociali ed economici, che ormai mi annoia sentire sempre le stesse argomentazioni ripetute all’interno della mia stessa “tribù” culturale.
Credo che, ormai vicino ai quarant’anni, difficilmente cambierò in maniera radicale la mia visione del mondo. Però continuo a trovare estremamente interessante ascoltare persone competenti che abbiano un punto di vista diverso dal mio.
E ho notato una cosa: a volte provo stima verso persone che non condividono le mie posizioni.
Ho notato però anche un’altra cosa. La maggior parte delle persone non vuole davvero ascoltare chi la pensa diversamente. Cerca conferme, non confronto. Con l’avvento dei social, questo fenomeno si è amplificato enormemente. È ormai abbastanza evidente che online le posizioni tendano a estremizzarsi. E il motivo è anche strutturale: le opinioni più radicali generano più engagement, più reazioni emotive, più conflitto, e vengono quindi favorite dagli algoritmi.
Il risultato è che quasi tutti vivono dentro “bolle di pensiero”. Sentono continuamente le stesse cose, leggono sempre le stesse interpretazioni della realtà e finiscono per convincersi che non esistano alternative plausibili al proprio modo di vedere il mondo. A quel punto non si tratta più nemmeno di difendere un’idea: ci si identifica completamente con essa. E quando succede, mettere in discussione quella posizione diventa psicologicamente impossibile.
Dal mio canto, sto cercando di capire perché mi venga naturale ascoltare con interesse persone che hanno idee anche molto lontane dalle mie. La risposta che mi sono dato, almeno per ora, è questa: mi piace quando qualcuno parte da alcuni valori fondanti, sviluppa un ragionamento coerente basato su evidenze, e arriva a conclusioni logicamente compatibili con le proprie premesse.
Questo mi fa cambiare visione del mondo? No.
Mi porta però, a volte, a smussare certe posizioni. Non molto, ma abbastanza da ricordarmi che esistono prospettive differenti dalla mia, spesso più comprensibili di quanto vorrei ammettere.
Ed è qui che entra in gioco il valore reale del confronto: relativizzare la propria posizione.
Il libro di Snyder, per esempio, l’ho trovato molto interessante. In certi passaggi persino fastidioso, perché insiste su temi che, nel contesto italiano, trovo quasi caricaturali. Il dibattito razziale americano, ad esempio, in alcune sue forme mi sembra stucchevole e poco applicabile alla nostra realtà.
In altri momenti invece il libro è estremamente ispirante, soprattutto quando Snyder utilizza parallelismi storici. D’altra parte parliamo di uno storico di professione.
In altri ancora mi fa quasi sorridere, perché tende sistematicamente a mettere le questioni economiche in secondo piano, lasciando al centro quasi esclusivamente gli aspetti valoriali. Ed è esattamente il motivo per cui non condivido la sua visione della libertà “positiva” – la libertà di fare qualcosa – e la sua critica alla libertà “negativa”, cioè la libertà da interferenze esterne.
Eppure c’è un punto fondamentale su cui credo abbia ragione: il suo pensiero nasce dalla realtà americana. È figlio della storia, delle paure e delle tensioni degli Stati Uniti contemporanei. E proprio per questo, anche quando non sono d’accordo con lui, riesco a comprenderne le conclusioni.
Gli stessi ragionamenti, però, non sarebbero automaticamente applicabili all’Italia.
Ma allora, in che senso ho “gettato la spugna”?
Nel senso che ho smesso di voler discutere con gli altri con l’obiettivo di convincerli. Ho smesso di voler convertire le persone alle mie idee. E, in larga parte, ho smesso persino di volerle informare.
Perché la mia sensazione è che la maggior parte delle persone non voglia davvero informarsi. Non voglia evolvere. Non voglia cambiare idea. E spesso non voglia nemmeno prendere in considerazione l’esistenza di prospettive differenti dalle proprie.
Questo vale un po’ ovunque. Ma nel nostro stanco e vecchio Paese mi sembra ancora più evidente.
Per cui nulla: continuo a essere appassionato ai temi della libertà, delle visioni politiche, delle soluzioni economiche. Continuo a essere affascinato dalle storie imprenditoriali, dall’innovazione tecnologica, dalle grandi trasformazioni storiche.
Ma ormai vivo tutto questo quasi esclusivamente come interesse personale.
Per quanto riguarda un reale cambiamento della realtà italiana (ed europea, per non parlare di quella mondiale) faccio sempre più fatica a credere che esista davvero uno spazio concreto per incidere.
Forse sono semplicemente diventato più disilluso.
O forse ho soltanto smesso di confondere il dibattito con il cambiamento.