La guerra in Iran: una guerra di religione?

Purtroppo, le peggiori previsioni si stanno avverando. Rileggendo i post di qualche anno fa su questo blog, non dovrei stupirmi: era tutto abbastanza evidente. L’attacco all’Iran ha di fatto dato inizio alla terza guerra mondiale. Si tratta di una scelta folle da parte dell’amministrazione americana. Non la definisco tale perché l’attacco sia illegale (lo è, secondo il diritto internazionale), ma per le tante conseguenze negative che questa guerra avrà per gli Stati Uniti e per tutto l’Occidente.

Ho ragionato a lungo sulle possibili ragioni di questa decisione. Non trovando una spiegazione razionale, mi ha colpito molto l’analisi proposta dal giornalista Tucker Carlson. Tengo a precisare che non ho alcuna simpatia per lui: è un estremista con una visione religiosa del mondo, uno dei più influenti sostenitori di Trump, e un repubblicano con chiare simpatie verso Vladimir Putin. Celebre la sua intervista in Russia, in cui Putin ha presentato una versione falsata della storia per giustificare la sua invasione dell’Ucraina. Carlson esprime spesso posizioni nei confronti di Israele che non condivido, connotate da un disprezzo che trovo inaccettabile. Detto questo, Tucker ha il vantaggio di essere così popolare da potersi permettere di sostenere posizioni scomode, un lusso che pochissimi giornalisti hanno oggi.

Il video in questione (lo incollo qui sotto) è un’intervista a Brandon Warder, ex funzionario con esperienza nel mondo dell’intelligence, registrata nei primissimi giorni del conflitto militare USA/Israele contro l’Iran. La prima parte è un monologo di Tucker. Ecco i punti principali.

Il contesto geopolitico

Il conflitto in Iran non riguarda solo le armi nucleari: è il teatro in cui si sta decidendo chi governa il mondo. Dopo decenni di egemonia americana unipolare, la Cina è diventata una potenza pari agli USA e il mondo è ora multipolare. Washington, però, si rifiuta di riconoscere questa realtà e continua ad agire come se fosse ancora l’unica superpotenza, con conseguenze sempre più pericolose.

La dimensione religiosa: la Pietra della Fondazione

Al centro di tutto, secondo Tucker, c’è un singolo luogo fisico a Gerusalemme: la Pietra della Fondazione (Foundation Stone), una roccia sul Monte Moria, il punto più alto della città antica. Questo posto è letteralmente il centro del mondo per tre religioni contemporaneamente. Per gli ebrei è il luogo dove Abramo portò Isacco per sacrificarlo a Dio, e dove Salomone costruì il Primo Tempio: l’unico posto al mondo dove, secondo la Torah, è possibile adorare Dio pubblicamente e compiere i sacrifici rituali. Per i musulmani è il luogo da cui il profeta Maometto ascese al cielo. Per i cristiani si trova nelle immediate vicinanze del luogo dove Gesù fu crocifisso e risorse.

Il Primo Tempio fu distrutto dai Babilonesi, poi ricostruito e ampliato da Erode fino a diventare probabilmente il più grande edificio religioso del mondo antico: il Secondo Tempio, dove predicò Gesù. Durante uno dei suoi sermoni, Gesù profetizzò: “Non rimarrà pietra su pietra.” Poche settimane dopo fu arrestato e crocifisso. Circa 37 anni più tardi, nel 70 d.C., il generale romano Tito assediò Gerusalemme e rase al suolo il Tempio con una ferocia quasi incomprensibile per la mente moderna: ogni singola pietra fu rimossa. Con quel gesto, il giudaismo templare cessò di esistere. Senza il Tempio, secondo la Torah stessa, la religione non può funzionare nei suoi termini originari. Tucker la definisce una ferita aperta da 2.000 anni.

Cinquecento anni dopo, nel VII secolo, nasce l’Islam. Maometto muore nel 632 e nel giro di cinquant’anni i suoi successori costruiscono sulla Pietra della Fondazione (esattamente sulle rovine del Secondo Tempio) uno dei monumenti religiosi più belli del mondo: la Cupola della Roccia, con la sua celebre cupola dorata. Accanto sorge la Moschea di Al-Aqsa. Insieme formano il complesso di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam dopo La Mecca e Medina.

Il nodo è irrisolvibile: il posto dove deve sorgere il Terzo Tempio ebraico è esattamente quello occupato dalla Cupola della Roccia, da 1.400 anni.

Tucker sottolinea che non si tratta di un’idea vaga o metaforica. Nel 363 d.C. l’imperatore romano Giuliano l’Apostata (pagano, nemico del cristianesimo, determinato a sabotare la profezia di Gesù) finanziò e avviò concretamente i lavori di ricostruzione del Terzo Tempio. Il progetto fallì, ma dimostra che è un’idea che periodicamente riemerge nella storia. Oggi, dice Tucker, il momento è adesso: letteralmente questa settimana, in questo conflitto. Esiste una minoranza di persone (non la maggioranza di ebrei, cristiani o musulmani, tiene a precisare) pienamente consapevole di tutto questo, che vuole usare il caos della guerra per demolire la Cupola della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa e ricostruire il Terzo Tempio.

Israele sta deliberatamente fomentando la guerra religiosa

Tucker non si limita a descrivere la dimensione religiosa: fa un’accusa esplicita. C’è un tentativo deliberato e organizzato, da parte di Israele e dei suoi proxy negli USA, di scatenare una guerra di religione globale. La prova che cita è concreta: negli Stati Uniti è in corso uno sforzo sistematico, sui social media e nei media mainstream, per fomentare odio verso i musulmani (“odia i musulmani, deporta i musulmani”). Tucker dice di trovarlo ripugnante, non perché sia filo-islamico, ma perché come cristiano e come americano sa che creare nemici religiosi interni al paese significa consegnare ai propri figli una guerra permanente, anche nei centri commerciali di casa propria.

A rendere tutto ancora più esplosivo sono i numeri. Gli ebrei nel mondo sono circa 15-16 milioni. I cristiani circa 2,4 miliardi. I musulmani circa 1,8-2 miliardi. Il punto di Tucker è brutale nella sua semplicità: quando Israele, o chi agisce nel suo nome, attacca i luoghi più sacri dell’Islam, non sta entrando in conflitto con un piccolo gruppo. Sta potenzialmente mobilitando quasi 2 miliardi di persone sulla base di una ferita religiosa profondissima. Uccidere il leader religioso supremo degli sciiti durante il Ramadan non è una mossa tattica: è la creazione attiva di una guerra generazionale che non finirà con questo conflitto.

Tucker lo dice esplicitamente: nessuno nella stanza del Presidente ha alzato la mano per dire “aspetta, stiamo per creare un nemico religioso con quasi 2 miliardi di persone…siamo sicuri?”. E la risposta, conferma l’analista, è no. Il generale Kaine ha sollevato solo obiezioni tecniche e logistiche, non questa considerazione di fondo.

Perché gli occidentali non lo vedono

Il motivo è strutturale: gli USA e l’Occidente sono, dice Tucker senza mezzi termini, la società più secolare della storia umana. Non esistono precedenti di una civiltà così poco religiosa su scala di massa. Tutte le altre società del pianeta sono fondamentalmente religiose, e guardano a Gerusalemme sapendo esattamente cosa significa. Gli americani mancano del vocabolario e dell’immaginazione per capire cosa stanno guardando.

A confermare involontariamente questa lettura è Lindsey Graham, che ha dichiarato esplicitamente davanti a un gruppo di giornalisti: “Questa è una guerra religiosa.” Tucker ritiene che Graham lo dica per fomentare quel conflitto. E’ un sostenitore delle profezie degli “ultimi tempi” (end times) che, per una volta, sta dicendo la verità.

Tucker aggiunge infine una nota teologica personale: dal punto di vista cristiano, la ricostruzione del Terzo Tempio sarebbe in contraddizione con le stesse parole di Gesù. Nei Vangeli Gesù non solo profetizza la distruzione del Tempio, ma dichiara: “Io sono il nuovo Tempio. Il Tempio sarà ricostruito in tre giorni”, riferendosi alla resurrezione. Per i cristiani, Dio stesso ha messo fine al Tempio fisico. Chi vuole ricostruirlo sta lavorando contro quella teologia, non a favore.

Perché l’attacco all’Iran indebolisce strategicamente gli USA

Questo è il punto più sviluppato nell’intervista con Warder.

Gli USA avrebbero sparato circa 400 missili da crociera Tomahawk nei primi 4 giorni di conflitto. 100 al giorno, su un arsenale stimato di 4.000 unità. Il budget 2026 prevede solo 59 nuovi missili l’anno, perché la base industriale della difesa americana è definita “rotta e corrotta”. Il recente cambio di tattica verso bombardieri con bombe a gravità non sarebbe quindi dovuto a successi sul campo, ma alla necessità di conservare le scorte di armi standoff, cioè quelle che possono essere lanciate fuori dal raggio d’azione della difesa nemica.

Se il conflitto si prolunga, gli USA dovranno attingere alle scorte del Comando Indo-Pacifico, quello dedicato al contenimento della Cina, indebolendo la propria posizione proprio dove la rivalità con Pechino è più critica. I comandanti dell’INDOPACOM starebbero già protestando dietro le quinte.

Sul piano degli obiettivi, l’asimmetria è totale. Trump ne ha dichiarati quattro: cambio di regime, denuclearizzazione, eliminazione dei missili balistici e della marina iraniana. L’Iran ne ha uno solo: sopravvivere abbastanza a lungo da attendere che le scorte americane si esauriscano. Una strategia che, alla luce dei numeri, appare del tutto alla sua portata.

L’uccisione di Khamenei, attirato fuori dal bunker con false promesse diplomatiche, poi colpito da un missile israeliano, non ha fatto crollare il regime. Nuovi leader hanno preso il comando in poche ore, esattamente come accadde con i generali russi durante la guerra in Ucraina. Il regime iraniano si è forgiato per 47 anni e non è vulnerabile alla semplice decapitazione del leader, che peraltro in questo modo è potuto morire da martire a 86 anni.

Usare un negoziato come copertura per un attacco ha inoltre distrutto la credibilità degli USA come interlocutore diplomatico. Russia, Cina e Iran ora si chiederanno perché dovrebbero mai trattare con Washington. Questo chiude le porte a qualsiasi soluzione diplomatica, non solo con l’Iran, ma anche sulla guerra in Ucraina.

Il generale Dan Kaine, capo degli Stati Maggiori nominato da Trump stesso, avrebbe avvertito il presidente che “questo non è il Venezuela” e che si rischiava di esaurire le munizioni in 8 giorni. Trump avrebbe ignorato il consiglio, convinto che il regime sarebbe crollato in 24-72 ore. Tucker giustifica questa decisione come frutto di una mancanza di informazioni. Chi scrive ritiene invece che Trump sia un uomo anziano con evidenti segni di declino cognitivo, ignorante e convinto della propria infallibilità, destinato a provocare solo disastri.

In sintesi: gli USA si sono lanciati in un conflitto con obiettivi irrealistici, arsenali insufficienti e senza una strategia di uscita, nel momento peggiore possibile rispetto alla rivalità con la Cina, indebolendo la propria posizione globale su tutti i fronti contemporaneamente.

Dato che l’articolo è già piuttosto lungo, mi fermo qui. Tornerò sull’argomento in futuro con alcune considerazioni sull’idea di “regime change” e sul perché, a mio avviso, non funziona. Partirò dalla mia esperienza diretta in un paese certamente molto diverso dall’Iran, ma simile per mentalità imperiale e per l’eredità di un impero millenario: la Turchia. A questo proposito segnalo un video di Naftali Bennett, ex primo ministro di Israele. Bennett è una persona acculturata e intelligente, e proprio per questo spero si renda conto di una cosa: se un giorno Israele decidesse di attaccare la Turchia, sarebbe la fine di Israele. Ma su questo tornerò nel prossimo articolo.

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