(Parte Seconda) Trumpismo: mentalità zero-sum game

Arriviamo ora – finalmente – al tema per cui avevo iniziato a scrivere l’articolo sulla mentalità trumpiana. Il trumpismo è il tipico esempio di mentalità a somma zero. In questo genere di visione del mondo, lo stile aggressivo di gestione delle relazioni umane e di quelle economiche è considerato vincente.

Da un punto di vista scientifico, ragionare a somma zero in economia è un errore. Infatti, qualsiasi manuale di microeconomia di base dimostra come sia l’incontro tra domanda e offerta a determinare il surplus generato dallo scambio economico. L’output, quindi, non è predeterminato, ma dipende dall’allocazione dei fattori economici (è pur vero che la distribuzione di chi si avvantaggia dell’output dipende dalla forza negoziale delle parti).

E’ il medesimo motivo per cui la presenza di commerci internazionali genera un output superiore alla loro assenza. Non parliamo di scoperte esattamente recenti. Si veda Adam Smith (An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776), e David Ricardo (Principles of Political Economy and Taxation, 1817). Le teorie sul commercio internazionale sono state aggiornate da Paul Krugman (Increasing Returns and Economic Geography, 1991). Vi riassumo i punti principali, anche perchè i dettagli non me li ricordo nemmeno io, dato che mi sono laureato nel 2010 e poi 2014, cioè 15 e 11 anni fa. Smith parlava di vantaggio assoluto: ogni paese dovrebbe specializzarsi nei beni che produce meglio. Ricardo parlava di vantaggio comparato: anche un paese meno efficiente può trarre beneficio specializzandosi nei beni in cui è relativamente più efficiente. Secondo la teoria del commercio nuovo di Krugman, invece, il commercio non si basa solo su vantaggi comparati, ma anche su economie di scala e differenziazione dei prodotti. Ad esempio, sia Germania che Italia producono automobili, ma i prodotti sono tra loro diversi. La possibilità di offrire automobili distinte consente a entrambi i paesi di beneficiare del commercio, aumentando il surplus totale, anche in assenza di un vantaggio comparato assoluto. Insomma, vediamo il tema da diversi punti di vista, ma il risultato non cambia: il commercio internazionale produce ricchezza. Paesi con dotazioni di fattori produttivi diverse o con economie di scala o di specializzazione possono aumentare il surplus complessivo grazie agli scambi internazionali.

Trump si riempie la bocca del tema “Tariffs”. Frasi come: “We have to use tariffs to level the playing field” e altre amenità. Ottimo, qual è la visione degli economisti sui dazi? Anche qui, le risposte che troviamo sono diverse nel dettaglio, ma è univoco il risultato. I dazi fanno danni enormi all’economia. Ricardo ha dimostrato che le barriere commerciali riducono i benefici del vantaggio comparato, abbassando il surplus totale. Krugman ha mostrato che, in mercati con economie di scala, i dazi possono temporaneamente proteggere un’industria nascente, ma a lungo termine riducono la competizione e l’innovazione, danneggiando il surplus. Jagdish Bhagwati (The Theory and Practice of Commercial Policy, 1958) ha sviluppato il concetto di danni daziari auto-inflitti: i dazi riducono il surplus totale e possono creare distorsioni economiche, come la perdita secca del benessere (deadweight loss).

I dazi riducono il commercio internazionale, fanno aumentare i prezzi interni e, nella maggior parte dei casi, riducono il surplus complessivo, danneggiando sia i consumatori che l’economia globale. La batosta che aspetta gli USA di Trump sarà ricordata negli anni, vedrete.

L’economia non è una torta fissa da dividersi. Vedere l’economia come statica e i rapporti commerciali basati sulla forza è la visione tipica dei dittatori. Putin o Erdoğan basano su questo il loro punto di vista imperialista, sia nei rapporti interni che in quelli internazionali: sono più forte di te, e mi prendo quello che è tuo. In questa visione, l’obiettivo è la creazione di una cleptocrazia che attragga a se tutte le risorse della stato, per poi utilizzare i soldi per ripagare il proprio circolo di oligarchi corrotti, che collaborano con il despota nella gestione del potere.

Se ci pensiamo, la mentalità a somma zero è anche in linea con la visione socialista dell’economia. Se la torta è fissa, la priorità è quella di ridurre le diseguaglianze a tutti i costi. Il problema, secondo il socialismo, non è la produzione di ricchezza ma la distribuzione della stessa. Questa visione è stata sconfitta dalla Storia, ma gli uomini non sembrano voler imparare la lezione.

La visione distorta dell’economia come concetto statico è cosa tipica degli italiani. E’ il motivo per cui le nostre caste medioevali – pensiamo ai notai – non ragionano in maniera dinamica, ma preferiscono “succhiare” tutto quello che possono ora, senza pensare agli effetti futuri dei loro privilegi. Se le conseguenze delle mie decisioni non cambieranno il risultato dell’economia in futuro, tanto vale accaparrarmi il più che posso a danno degli altri, ottenendo tutto subito.

Se parliamo dal punto di vista imprenditoriale, nel nostro Paese la visione di una economia statica e della legge del più forte in logica di sopraffazione è la mentalità più diffusa negli operatori di mercato (imprenditori, manager e investitori italiani). E’ uno dei motivi per cui in Italia non riusciamo a fare innovazione. Sia la teoria economica che le evidenze empiriche dimostrano come siano la mentalità collaborativa e un mindset aperto a generare innovazione. In inglese si parla di “growth mindset“, che è tipico del mondo del Venture Capital. Il VC è un settore totalmente ignorato e incompreso in Italia, e lo posso dire per esperienza diretta. Di fatto, salvo pochissime eccezioni da noi non esistono VC, ma solamente dei Private Equity tradizionali per Small e Micro Cap. Il lavoro del VC è quello di rischiare soldi propri (più precisamente, i soldi del proprio fondo, a sua volta raccolti dagli LP), investendo in un’azienda anche in fase preliminare, sulla base della potenzialità futura. Tutto questo, lasciando il controllo all’imprenditore. Attenzione all’ultimo punto, perchè è chiave. In Italia i pochi VC finti che ci sono innanzitutto sono disposti a rischiare troppo poco, investendo cifre ridotte. Inoltre, vogliono controllare l’azienda su cui fanno l’investimento. Questa mentalità va bene per l’economia tradizionale, dove si investe su aziende già profittevoli, e si valutano le società in multipli del Ebitda. Non è applicabile al mondo VC, dove le logiche sono totalmente diverse. L’obiettivo di una startup non è infatti la creazione di una ennesima piccola o media impresa, ma la crescita esponenziale al fine di generare una grande azienda innovativa con ritorni crescenti. L’idea di un VC è dare fiducia a tanti imprenditori, per poi avere da un numero molto ridotto di essi un ritorno talmente elevato da generare un grande ROI per l’intero fondo di investimento. Dato che il tema è troppo ampio e tecnico, consiglio a chi è interessato di leggere “Venture Deals” di Brad Feld. La mancanza di comprensione del modello VC è il motivo per cui l’Italia non è in grado di innovare. E se non sei in grado di innovare, nel mondo di oggi e con il livello di benessere raggiunto in Italia l’economia semplicemente non può crescere. Semplificando, per competere nei mercati internazionali o fai cose che gli altri non sanno fare, o devi costare meno. Nel mio settore – Information Technology – si dice già che l’Italia sia l’India d’Europa, proprio a sottolineare come i costi dei nostri professionisti siano inferiori a tutto il resto del continente.

Per evitare di diventare davvero come l’India in tutto e per tutto, come ho più volte detto in questo blog, investire in startup secondo le best practice internazionali non è per l’Italia un giochino per giovani di belle speranze. E’ l’elemento più importante in assoluto, all’interno di una strategia politica che miri a dare un futuro al Paese.

E’ ironico e anche triste che la mentalità a somma zero arrivi ora dagli Stati Uniti, che sono la culla della new economy. Il modello Venture-backed fu alla base della costruzione della Silicon Valley. Sequoia fu creata da Don Valentine nel 1972, ma la storia del VC nasce ancora prima. L’inizio del modello VC in Silicon Valley viene convenzionalmente indicato nel 1957, con la nascita di Fairchild Semiconductor. A tal proposito è imperdibile un vecchio documentario, chiamato “Something Ventured” (Qui si può vedere gratuitamente in Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=neTGvUvvfXo).

Per concludere, torniamo ai geni che guidano ora la nazione più importante al mondo. Trump ha ereditato tutto dal padre, un magnate immobiliarista di New York (qui sotto una foto dei due, cit. da Bill Maher).

Posso capire perchè Trump abbia una mentalità “zero-sum game”. La grossa delusione è Elon Musk, che di “growth mindset”, VC, creazione di ricchezza e visione dovrebbe essere un maestro. Purtroppo, la mesta parabola di Musk ci dimostra come per costruire qualcosa di valore serva una vita, ma per distruggerla ci voglia davvero un attimo. Per citare lui stesso quando si rivolse nei confronti di Bob Iger, CEO di Disney, dovremmo tutti dirgli: “Elon, if someone is going to try to blackmail us with money? Go fuck yourself. Go fuck yourself, is that clear, Elon?

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