Le elezioni americane sono ormai alle spalle. Non so dire con certezza se la vittoria del controverso Donald Trump sia un bene o un male. Di sicuro, Kamala Harris si è dimostrata un candidato debole, ma al tempo stesso Trump rappresenta una minaccia concreta per la democrazia. Personalmente, il risultato elettorale non mi ha né sorpreso né deluso.
Non ho mai appoggiato Trump. È un leader privo di una chiara agenda politica, con competenze limitate in economia e politica internazionale. È divisivo, arrogante, umorale e, va detto, anziano. E ammetto di non avere molta simpatia per gli anziani, salvo eccezioni come Mario Draghi, Alberto Forchielli o Michele Boldrin, che stimo per la loro lucidità e competenza.
Tuttavia, c’è un aspetto che trovo estremamente soddisfacente in queste elezioni: hanno sancito la definitiva morte dei media tradizionali. Seguo da vicino le vicende politiche americane, più di quanto non faccia con quelle italiane. Non avendo la TV, mi informo tramite streaming e YouTube. E devo dire che il livello di disinformazione raggiunto dai media americani durante la campagna elettorale è stato semplicemente disgustoso. La quasi totalità delle principali emittenti – MSNBC, CNN, PBS, ABC, CBS, NBC – si è schierata apertamente a favore di Kamala Harris, con un’ostilità spudorata verso Trump.
Il problema principale, però, non è tanto il loro schieramento politico, quanto il fatto che l’analisi oggettiva della realtà sia stata sacrificata a favore di una narrazione partigiana. Questo è emerso con particolare forza nel sostegno a politiche Woke spesso irrazionali.
Avendo lavorato con istituzioni americane, in particolare Community Colleges, ho potuto osservare da vicino quanto questa mentalità stia penetrando la società. Ricordo ancora una call con un college dell’Illinois, dove un membro dell’ufficio ammissioni mi accusò di “weaponization of digital data”. Il mio compito era proporre una tecnologia di web tracking che avrebbe migliorato il servizio agli studenti, ma il personaggio in questione si oppose violentemente perché la tecnologia avrebbe evidenziato le inefficienze del suo ufficio. La cosa surreale? Accusò il mio collega inglese di razzismo, ma non me. In quanto italiano, secondo la visione Woke, non sono considerato “bianco” (qualunque cosa significhi, visto che da un punto di vista scientifico le razze umane non esistono).
Questo episodio mi ha ricordato una vecchia esperienza in Italia. Anni fa, stavo proponendo un sistema CRM in un’importante istituzione milanese. Il progetto avrebbe portato trasparenza e responsabilità nella gestione interna, riducendo gli sprechi. Ma fu bloccato da un sindacalista, che sosteneva che il CRM violasse “L’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori”. Una scusa per evitare qualsiasi cambiamento. Se gli USA dovessero prendere ispirazione dal cattivo esempio italiano, non ci metterebbero molto a perdere la propria leadership economica e politica.
Tornando ai media tradizionali, più volte ho criticato anche la loro superficialità in Italia. Un esempio recente è l’errata associazione delle politiche di Javier Milei a quelle di Trump. Milei è un liberista che sta cercando di salvare l’Argentina; Trump è un protezionista incoerente, che cambia idea a seconda della convenienza.
Prima delle elezioni americane, avevo sottolineato che un’intervista di Trump con Joe Rogan avrebbe avuto un impatto maggiore di mille apparizioni in TV. E così è stato: Harris ha commesso un grave errore strategico ignorando il formato dei podcast, che ormai raggiungono un pubblico vastissimo e più coinvolto, e rifiutando tra gli altri un invito dello stesso Joe Rogan.
Anche in Italia, pur essendo un paese in declino demografico e con una popolazione anziana, prevedo che i podcast guadagneranno sempre più spazio. I media tradizionali, incapaci di adattarsi, perderanno progressivamente il loro potere di distorcere la realtà con narrazioni faziose.
Detto ciò, non c’è garanzia che l’informazione online sia sempre di qualità superiore. Joe Rogan stesso, ad esempio, ha più volte diffuso fake news in passato. Tuttavia, vedere lo sgretolamento dell’establishment mediatico, incapace di stare al passo con i tempi, è per me motivo di grande godimento.
In conclusione, guardando ai numeri, Trump ha partecipato a podcast che hanno raccolto decine e decine di milioni di visualizzazioni (14 podcast, con 124 milioni di visualizzazioni), mentre Harris si è limitata a pochi podcast con un seguito ridotto (5 podcast, con 4 milioni di visualizzazioni). Se i Democratici vogliono vincere in futuro, dovranno concentrarsi meno su politiche ideologiche e più su strategie elettorali concrete. Il populismo non si combatte con più populismo, ma con maggiore competenza e capacità di studio. Spero che la leadership occidentale capisca finalmente questa lezione.
Qui qualche dettaglio maggiore sulla partecipazione ai podcast dei due candidati.