Questo è un estratto di un discorso di Recep Tayyip Erdoğan, pronunciato nel 1997.
Al tempo Tayyip era sindaco di Istanbul, e mirava a prendere il potere sull’intera Turchia.
“Peki, nasıl bir demokrasi? Bu demokrasi amaç mı olacak araç mı olacak? İşte burası tartişmaya açılmalıdır. Bize göre demokrasi hiçbir zaman amaç olamaz. Demokrasi ancak ilmi noktada ele aldığımız zaman bir araç olduğunu göreceğiz. Bu medeniyet inanıyorum ki yirmi birinci asırda İslam medeniyetinin one geçtiği asır olacaktır. Bu yeni medeniyet dalgasına kim katkıda bulunursa o katkıda bulunanlar ecrini kat be kat fazlasıyla alacaktır. Bu yeni medeniyetinin onurlu yükselişine katkıda bulunamayanlar zillet içinesinde kalmaya mahkum olacaklardır.”
“Dunque, che tipo di democrazia? Questa democrazia sarà uno scopo o uno strumento? Questo è il punto che dovrebbe essere aperto al dibattito. Secondo noi, la democrazia non può mai essere uno scopo. Possiamo capire che la democrazia è un mero strumento, se la affrontiamo da un punto di vista scientifico. Credo che questo secolo ventunesimo sarà l’epoca in cui la civiltà islamica supererà le altre civiltà. Coloro che contribuiscono a questa nuova ondata di civiltà riceveranno ricompense multiple per il loro contributo. Coloro che non contribuiscono all’ascesa onorevole di questa nuova civiltà saranno condannati a rimanere nell’umiliazione.”
“Allahu Akbar”, fu la risposta del pubblico.
Il suo disegno politico fu geniale. Tayyip sapeva che lo stato turco, grazie ai principi dettati da Atatürk, non avrebbe mai permesso a un partito islamista di prendere il potere. Lo stesso elettorato non era pronto a rinunciare ai principi democratici, essendo cresciuto in uno stato secolare che ha sempre trattato l’islamismo come una minaccia.
Nello stesso 1997 nacque il Fazilet Partisi (Partito della Virtù). All’interno del Fazilet Partisi, Tayyip emerse a capo della corrente riformista. Tayyip aveva capito che per implementare il suo piano islamista avrebbe dovuto mascherarsi da riformatore. Presentava infatti posizioni favorevoli all’adesione della Turchia all’Unione europea e al liberismo economico.
Nel 2001 il Fazilet Partisi fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale turca, poichè minacciava le fondamenta laiche dello stato turco. Da tale partito nacque il Saadet Partisi (Partito della Felicità), con l’appoggio dei conservatori islamici. Nacque anche l’AKP Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), guidato da Tayyip. Egli riuscì a presentarsi come il leader del cosiddetto “islam moderato” (qualsiasi cosa voglia dire) e fu appoggiato nella sua scalata dalle potenze occidentali.
Nel 2002, l’AKP vinse le prime elezioni.
Venti anni dopo, la democrazia in Turchia è solo un lontano ricordo.
Il tutto è avvenuto non solo sotto i nostri occhi, ma anche con la complicità delle potenze occidentali.
Ora, la Turchia è ancora nella NATO, ed è teoricamente un alleato occidentale. Allo stesso tempo, è ormai difficilmente controllabile da parte delle potenze occidentali. Lo sa bene Mario Draghi, uno dei pochi ad avere avuto il coraggio di riferirsi a Tayyip tramite l’appellativo corretto. “Con questi…diciamo, chiamiamoli per quello che sono…dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare…”
“Who knew?” direbbero ironicamente gli inglesi. Guardando al discorso del 1997, forse non avremmo potuto aspettarci nulla di diverso.