GRADO DI POLEMICA: 3/5
GRADO DI COSTRUTTIVITA’: 3/5
Nel mondo dell’imprenditoria c’è spesso la credenza che sia difficile trovare una interessante opportunità di business. Molti, infatti, pensano: “Se questa idea fosse vincente, sicuramente ci sarebbe qualcuno che l’avrebbe già sviluppata“.
In Italia questo tipo di pessimismo è particolarmente diffuso, tanto da portare la maggior parte delle persone a non provare nemmeno a testare una nuova idea imprenditoriale. La stragrande maggioranza delle attività di impresa in Italia, non per niente, è basata su mercati e modelli di business tradizionali, senza aggiungere alcunchè di nuovo ed innovativo. Questa tendenza a non abbracciare iniziative ad alto rischio, che sono quelle con un ritorno economico potenzialmente maggiore (la relazione rischio-rendimento è uno dei concetti più importanti in economia), è una delle ragioni che ha portato il nostro Paese ad essere sempre meno competitivo a livello globale.
Sono fermamente convinto che la Natura abbia sempre molto da insegnarci. La storia che sto per raccontarvi, ad esempio, riguarda un rettile poco conosciuto, originario del continente africano. Parliamo del baritrone equatoriale (nome scientifico: Lacertilia Aequator), un rettile che vive in alcuni stati centroafricani come Angola, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale e pochi altri. Il baritrone non ha particolari capacità difensive. Di massa medio-grande (un esemplare adulto può raggiungere anche i 25 chili), non è abbastanza possente da rappresentare una minaccia per i molti animali carnivori della zona. E’ inoltre un animale estremamente lento, con una bassa capacità di reazione e una vista particolarmente poco acuta . E’ quindi scarsamente in grado di prevedere e di difendersi da eventuali attacchi. Gli etologi di tutto il mondo si sono sempre chiesti come possa il baritrone, nonostante tutti questi difetti, non essersi estinto. A dirla tutta, non è mai stato nemmeno considerato una specie a rischio. C’è di più, l’evidenza empirica mostra come nessun animale provi nemmeno ad attaccare un baritrone, indifferentemente se l’esemplare in questione sia adulto, anziano o ancora molto giovane. E’ stato solo nel 2005, tramite la ricerca dell’etologo e zoologo turco Dott. Dogrudegil che si è scoperto il motivo per cui tutto ciò accade. Il baritrone ha una colorazione variopinta, con forti toni di giallo e nero, ticipi della cosiddetta “colorazione aposematica”. Tali colori nel mondo animale si identificano quasi sempre con carni tossiche o velenose. Incredibilmente però, il baritrone non presenta alcuna tossicità (qualche studioso sostiene che l’abbia persa durante la propria evoluzione, anche per il fatto di non doversi effettivamente mai difendere da potenziali predatori).
Appena sentita la storia del baritrone equatoriale, non ho potuto fare a meno di pensare ad parallelismo con il business, ed in particolare con la visione dell’imprenditoria che abbiamo spesso in Italia. Il medio imprenditore italiano non dimostra di essere molto più intelligente di un licaone (un predatore, un tipo di canide di taglia media): convinto che l’opportunità di impresa non sia reale, non tenta nemmeno di testarla. Sia il licaone che l’imprenditore italiano rinunciano ad un potenziale successo, per la paura di fallire. Con una differenza: il povero licaone se dovesse mangiare un baritrone avvelenato rischierebbe la pellaccia. L’imprenditore italiano, invece, semplicemente non ci prova e basta, anche se potrebbe farlo tramite dei test di mercato a bassissimo impatto (si veda a tal proposito come Eric Ries, autore di The Lean Startup, consiglia agli imprenditori di approcciare il tema delle imprese innovative).
Detto tutto ciò, aggiungo che non esiste alcun baritrone equatoriale. Così come non esistono “pasti gratis”, da nessuna parte: all’Equatore (mi dispiace per il povero licaone), o in finanza, oppure nell’imprenditoria e nel mercato. Non volevo però rinunciare alla forza dello storytelling, e mi è piaciuta l’idea di inventare una cavolata che mi aiutasse a convogliare un messaggio.
Attenzione quindi: fare innovazione non è certamente facile. Non facciamoci prendere in giro da chi, sopratutto in rete, inventa a fini di marketing storie più o meno credibili secondo le quali il successo sia semplice da ottenere, e secondo cui i risultati possano essere raggiunti con un minimo sforzo. I media italiani sono particolarmente colpevoli quando rappresentano il successo di una startup (tipicamente in Silicon Valley) come una scampagnata di un gruppo di giovani volenterosi.
Non esistono purtroppo test di mercato “a bassissimo impatto”. Nulla è semplice, e ogni iniziativa imprenditoriale necessità di serietà, investimenti, costanza e competenze. Esiste però la possibilità di fare innovazione calcolando il rischio di poter fallire e utilizzando delle metodologie che portano a minimizzare lo spreco di risorse (su queste tematiche consiglio davvero il libro di Eric Ries che citavo, sopratutto per chi voglia approcciare il mondo dell’innovazione con ambizione, ma in modo efficiente e razionale).
E rimane vero che in Italia la paura del fallimento è una delle ragioni culturali che bloccano l’innovazione e lo sviluppo del Paese. Ma se da un lato dobbiamo rifiutare la narrativa vecchia e stanca che ci dice che non vale la pena rischiare (quella del “abbiamo sempre fatto così“), dall’altro lato non facciamoci fregare da pseudo guru dell’innovazione e da finti storytelling che ci raccontano che fare innovazione sia facile (sono stufo di sentire balle che raccontano che per avere successo “basta la giusta idea” o “basta volerlo”).