GRADO DI POLEMICA: 4/5
GRADO DI COSTRUTTIVITA’: 2/5
Negli ultimi mesi sono stato alle prese con parecchie noie burocratiche.
Nel corso di quest’anno ho gestito la cessione di un paio di piccole imprese che avevo co-fondato, e ho capito quanto vendere un’attività (per quanto parliamo di attività di ridotta dimensione) sia un processo lungo e complesso, e quanto non vadano sottovalutati i rischi connessi con operazioni di questo tipo. Mai dare per scontato nulla, mai fidarsi della parola data dalla controparte: l’unica cosa che conta una volta conclusa l’operazione è ciò che viene indicato nei contratti, ed esistono, sopratutto in ambito finanziario, professionisti senza scrupoli pronti a tutto pur di approfittare di una indicazione contrattuale poco chiara o interpretabile. D’altra parte, gli avvocati esistono proprio per considerare ex ante quali siano i rischi legati ad un contratto. In un paese come l’Italia dove ognuno si sente più furbo degli altri e cerca sempre di fregare il prossimo, non per niente il numero di avvocati supera l’incredibile cifra di 250.000 (per fare un paragone, in Francia, paese con una popolazione ed un’economia più grande, sono 66.000…).
La burocrazia è parte integrante del nostro mondo occidentale, non solo in Italia. Un mondo complesso, intricato, dove non possiamo pensare di fare business e gestire imprese senza doverci occupare di questioni burocratiche.
Il mio rapporto con la burocrazia è sempre stato conflittuale. Ho già scritto nel blog di quanto io odi profondamente la casta italiana dei notai. A tal proposito, spero di non fare più impresa in Italia: da quando ho iniziato a fare l’imprenditore ormai 6 anni fa non ho fatto altro che arricchire diversi notai, dovendoci andare per un motivo o per un altro in media un paio di volte all’anno. Il mio film preferito parla proprio di un futuro distopico dove la burocrazia la fa da padrona, e la creatività e i sogni del singolo individuo vengono opressi in favore di una standardizzazione piatta, noiosa e disfunzionale: devo dire che ogni anno che passo in Italia mi sembra sempre più di fare parte del mondo descritto in Brazil (1985, un capolavoro assoluto).
Se la burocrazia non può in ogni caso essere eliminata, potremmo almeno fare in modo di non ergerla a inevitabile parte integrante di ogni singola relazione tra cittadini, e tra Stato e cittadini. Qui di seguito farò un esempio che a mio avviso è lampante di quanto sia idiota la burocrazia italiana, e di quanto non si faccia nulla per migliorare la situazione.
Quasi 6 anni fa, poco dopo aver lanciato la mia prima iniziativa imprenditoriale, smisi di lavorare per un’azienda dove facevo il dipendente. Nel nostro complicato paese, esiste un fondo chiamato TFR che il dipendente riceve quando smette il rapporto con un datore di lavoro. Faccio notare che in moltissime nazioni questa somma, chiamata in inglese “severance package”, non è assolutamente obbligatoria ed esiste solo se il lavoratore e l’azienda la concordano; io personalmente non capisco il senso di inserire tutte queste inutili complicazioni ed eliminerei domani mattina il concetto stesso di TFR. Ad ogni modo, come detto, ricevetti il mio TFR. Come per il resto degli emolumenti che riceve un dipendente, anche per il TFR è il datore di lavoro ad agire come sostituto di imposta e a versare le tasse dovute.
Storia finita, giusto? Sbagliato, perchè siamo in Italia.
Sapete cosa ho scoperto? Che in questo paese dove è tutto deciso evidentemente da un burocrate vecchio, rincoglionito, e pure scontroso, quando l’azienda paga il TFR è normalissimo che paghi un’aliquota inferiore a quella che il lavoratore dovrebbe in realtà pagare. Dato che il cervellotico sistema ad aliquote crescenti (con millemila scaglioni e casini di ogni tipo per il calcolo delle imposte) normalmente è richiesto al datore di lavoro di pagare, per conto del dipendente, il 20% di tasse sul TFR del lavoratore. Tale 20% è però, in ogni caso, un semplice acconto. Ma nessuno ne è consapevole! L’aliquota minima è infatti del 23%, che poi va ad aumentare con l’aumento dei redditi del lavoratore. Ovviamente il fatto che sia un acconto non è scritto da nessuna parte, e l’Agenzia delle Entrate non comunica in nessun modo al cittadino la circostanza che non tutte le tasse sono state versate. Cosa accade poi? La procedura, ritenuta normale in Italia, ma che in ogni altro paese del mondo sarebbe considerata folle, è che dopo 5 anni dalla ricezione del TFR l’Agenzia delle Entrate invia una raccomandata al lavoratore chiedendo il pagamento della differenza. Già questo è incredibile, nel senso che noi come cittadini paghiamo dei lavoratori pubblici per fare i conti e per inviare comunicazioni (tutto questo con costi enormi per lo Stato) dopo anni e anni dall’avvenimento scatenante l’obbligo del pagamento delle tasse. Ma la cosa ancora più assurda, è il contenuto della lettera dell’Agenzia delle Entrate. Al cittadino (che dal mio punto di vista è il datore di lavoro di ogni dipendente pubblico) viene inviata una comunicazione con tono minatorio, nella quale non è assolutamente spiegato il fatto che si tratti di una procedura standard. Anzi, ricevendo questo tipo di raccomandate sembra proprio di aver ricevuto una multa, o di aver rubato qualcosa, o addirittura di aver commesso un qualche tipo di reato. L’Agenzia delle Entrate, con tono minaccioso e perentorio, chiede il pagamento della cifra X entro 30 giorni. Non specifica nemmeno il motivo per il quale il pagamento è dovuto. O meglio, qualcosa è scritto, ma in un burocratese incomprensibile, con tanto di sigle e codici numerici interpretabili solo dagli addetti ai lavori (a te gentile lettore: prima di darmi dell’ignorante, cosa che sicuramente sono in tantissimi ambiti, ricordo che ho comunque una laurea magistrale in Economia e commercio con tanto di lode). Nel mio caso, ho scoperto cosa fosse successo pagando un professionista, poichè volevo andare a fondo della questione e capire cosa avessi fatto di male. Lo stesso professionista mi raccontava di come la problematica sia particolarmente forte nel caso di persone che vadano in pensione dopo aver lavorato per molti anni presso la stessa azienda: dopo 5 anni dalla ricezione del TFR alcuni arrivano a dover pagare (entro 30 giorni, ovviamente!), senza averne assolutamente contezza, anche cifre superiori a 10 o 15 mila Euro.
Ora, l’episodio mi ha fatto pensare. Cioè, stiamo parlando di una procedura che mina la fiducia nel rapporto tra cittadino e Stato. Il cittadino è trattato come un ladro, quando non ha fatto nulla di male. E lo Stato, tramite la famigerata Agenzia delle Entrate, si presenta come un despota che, senza dare spiegazioni, richiede a gran voce il pagamento di somme dovute a distanza di anni. Tutto questo, senza spiegare che si tratta in realtà di una procedura standard. Senza anticipare il fatto che tale avvenimento avverrà (dato che avviene sempre, e la cosa è risaputa dagli addetti ai lavori, basterebbe avvisare il cittadino nel momento in cui riceve il TFR, no??).
Ora, uno Stato normale semplificherebbe il sistema fiscale in modo da rendere più facile il pagamento delle giuste imposte, senza dover fare alcun ricalcolo complesso. Non pretendo questo dall’idiota Stato italiano. Non sono abbastanza ingenuo da sperare che un giorno avvenga. Pretendo però che questioni di questo tipo vengano gestite innanzitutto in tempi più ragionevoli (perchè l’Agenzia delle Entrate fa passare 5 anni? Perchè questo tempo è considerato normale solo in Italia?), e tramite comunicazioni chiare e trasparenti, come si farebbe tra persone normali che hanno l’obiettivo di comportarsi in maniera professionale ed educata.
Ma torniamo ai soliti punti, che sono all’origine di tutti i Mali dell’Italia:
- Una burocrazia autoreferenziale che complica appositamente ogni processo per giustificare la propria struttura ipertrofica
- Un rapporto malato tra cittadino e Stato, nel quale l’uno cerca di fregare l’altro. Un cittadino disonesto che fa di tutto per evadere il fisco e non rispettare la Legge. E uno Stato che rappresenta a pieno il concetto espresso da Hannah Arendt nel suo celeberrimo saggio.