Vergangenheitsbewältigung e la deresponsabilizzazione italiana

GRADO DI POLEMICA: 3/5

GRADO DI COSTRUTTIVITA’: 3/5

Vergangenheitsbewältigung è un concetto piuttosto complesso. Si tratta della parola tedesca che può essere tradotta all’incirca come “la difficoltà di affrontare il proprio passato“. Nella storia tedesca il termine è fortemente collegato al senso di colpa collettivo (Kollektivschuld) che ha accompagnato la Germania post bellica a seguito delle nefandezze commesse dal nazionalsocialismo. Per come lo intendo, Vergangenheitsbewältigung significa in fondo rendersi conto degli errori commessi dal proprio popolo in passato, e, per quanto siano essi orribili, assumersene la responsabilità storica.

Ricordo un episodio avvenuto nel 2012 a Istanbul. Al tempo vivevo in Turchia, a Izmir, e mi ero recato nella megalopoli per studiare la difficile lingua turca nei mesi estivi. Passando da Sultanahmet (uno dei posti più belli del mondo) la mia attenzione fu attirata da un imam che chiedeva cortesemente ai turisti di fermarsi per un incontro divulgativo attorno al tema dell’islam moderato e del rispetto religioso. Incuriosito, partecipai all’evento, assieme a qualche decina di turisti. L’imam, in una sala vicino alla moschea, presentava una visione piuttosto moderna dell’islam, come religione in grado di accettare la diversità di pensiero, le altre religioni, i concetti democratici. Al termine dell’intervento, un giovane tedesco prese la parola per chiedere provocatoriamente: “Lei ha presentato una visione della sua religione che non è quella condivisa e applicata da molti che si professano musulmani”. L’imam ribattè che lui poteva essere responsabile solo per i propri comportamenti, e non certo per quelli dei miliardi di musulmani in tutto il mondo. L’imam fece anche notare come, stando alla lettera del contenuto dei testi sacri, difficilmente anche le altre religioni monoteiste possano essere considerate compatibili con la modernità e la democrazia. Il tedesco, probabilmente cattolico, si risentì e rispose: “Quello che conta non è ciò che è scritto nei libri sacri, ma ciò che le persone fanno nel mondo reale. I cattolici non tagliano gole, mentre gli islamici si. Conta l’applicazione della religione nel mondo, non la teoria!”. L’imam perse la pazienza, e rispose: “Sei tedesco, vero? Se accusi tutti i musulmani di tagliare gole, mi vengono in mente 6 milioni di motivi per cui potrei accusare tutti i tedeschi di cose perfino peggiori”. L’episodio mi insegnò quanto sia difficile creare un dibattito fruttuoso, nonostante le belle intenzioni e le premesse promettenti, quando ci si confronta su argomenti religiosi. Ma sopratutto, mi mostrò quanto un tedesco possa essere scosso da una provocazione legata al tema dell’olocausto. Il ragazzo prima sbiancò, poi cambiò colore in un rosso-viola come solo i tedeschi possono fare. Poi uscì dalla sala a testa bassa, borbottando qualcosa tra se e se. L’olocausto è un tema delicatissimo per un tedesco, anche a distanza di molti anni.

Sarebbe interessante entrare nelle ragioni storiche che hanno causato la nascita del nazionalsocialismo. D’altra parte, se è vero come diceva il poeta spagnolo Santayana che “Los que no pueden recordar el pasado están condenados a repetirlo” (chi non può ricordare il passato è condannato a ripeterlo), è altrettanto vero che per non ripetere gli errori bisognerebbe in realtà capire cosa, in prima battuta, li abbia causati.

Ad ogni modo, per dare un’idea ecco qui alcuni numeri, per forza di cose approssimativi, degli omicidi frutto dell’olocausto nazista: Ebrei 6 milioni; Polacchi, Ucraini e Bielorussi 3.5 / 4 milioni; Prigionieri di guerra sovietici 3 milioni; Politici 1.5 / 2 milioni; Jugoslavi 320.000 / 350.000 (serbi); 20.000 / 25.000 (sloveni); Rom 196.000 / 300.000; Disabili 250.000 / 270.000; Omosessuali 5.000 / 15.000; Testimoni di Geova 1.900; Gruppi di afro-europei e altri gruppi per i quali i dati sono difficili da recuperare. E questi numeri non riguardano la seconda guerra mondiale in quanto tale (le stime parlano di un numero compreso tra 60 milioni e più di 68 milioni di morti).

Ricordo le storie, relative agli anni della guerra, che mi raccontavano i miei nonni paterni.

Mio nonno Giulio era antifascista, anche se non parlava mai di politica. “Una cosa brutta, stacci alla larga”, mi diceva sempre. Non voleva mai parlare di quegli anni. Io però sono sempre stato una persona invadente e fastidiosa, e gli chiedevo spesso della guerra. Solo in poche occasioni mi raccontò la sua vera storia, a cui sarebbe da dedicare un libro (come le storie di milioni di persone durante quell’epoca, del resto). Dopo essersi rifiutato di assoldarsi con la Repubblica di Salò, catturato in centro a Vicenza, fu deportato giovanissimo in Germania. Lavorò quasi 2 anni nei campi di lavoro come prigioniero politico. Mangiò solo “kartoffen” (che infatti non toccò mai più in vita sua). Come specificava lui stesso, fu fortunato a riuscire a tornare vivo, finita la guerra. Sua madre, mi disse, non lo riconobbe quando tornò dalla Germania pesando appena 45 kg (era alto oltre 1,80).

Mia nonna Maria, invece, fu testimone di diversi episodi di guerra, divisa tra le SS da un lato e i Titini dall’altro. Contadina in un paesino sloveno delle Valli del Natisone, sulle montagne al confine con l’Italia, andava periodicamente a Trieste per vendere il burro. Non un viaggio semplice: a piedi dalle montagne fino a Cividale, per poi prendere il treno per Trieste. Un giorno alla stazione di Trieste le SS la scambiarono per una zingara e la imprigionarono per portarla a San Sabba. Mi raccontò che fu l’intervento di un prete italiano, che spiegò ai tedeschi che lei stava lavorando, a salvarla. “Arbeit macht frei” si rivelò, per una volta, vero.

I nonni materni, più giovani di 10 anni, mi raccontavano di episodi più confusi, essendo loro alle elementari (dei “giovani balilla” insomma) al tempo della guerra. Di certo non erano mussoliniani: mio nonno Danilo, toscano di adozione, quando parlava dei fascisti diceva che sarebbe stato giusto metterli tutti in galera e “buttà via la ‘hiave”.

Perchè questa digressione famigliare? Per arrivare al punto dell’articolo. Il ragazzo tedesco a Istanbul sentiva ancora un forte senso di colpa per il passato del proprio popolo. Ma noi italiani non abbiamo assolutamente la stessa attitudine quando pensiamo al periodo fascista. Possiamo dire che il popolo italiano non sia responsabile per quello che è accaduto prima e durante la seconda guerra mondiale? Il fatto di provenire da una “famiglia antifascista” (qualsiasi cosa voglia dire nel 2021) dovrebbe forse cambiare qualcosa?

Ecco, io penso che gli italiani, tutti gli italiani, senza distinzione alcuna, dovrebbero sentire il peso del proprio passato, così come fanno i tedeschi. Certo, ci sono delle differenze. La principale è a mio avviso il fatto che Mussolini abbia preso il potere con un colpo di stato, senza avere vinto regolari elezioni. Anzi, l’appoggio popolare di Mussolini era piuttosto limitato nel momento in cui andò al potere. Nelle elezioni del 1919 il partito fascista incassò una sonora sconfitta, e fu solo dopo la marcia su Roma e la famigerata Legge Acerbo che Mussolini vinse le prime finte elezioni, grazie al clima di terrore instaurato nel paese, nel 1924. Hitler, di contro, prese la guida della Germania forte di un grande appoggio popolare. Nelle libere elezioni del 1932 il partito nazionalsocialista superò il 33% dei voti. D’altra parte, però, sento molti italiani dare ora la colpa al popolo afgano per il fatto che i talebani abbiano ripreso il potere. Siamo i maestri del doppiopesismo. Il fascismo è durato oltre 20 anni in Italia, il nostro popolo non ne è forse responsabile?

La mia impressione è che l’Italia, anche nelle sue istituzioni, non abbia mai preso coscienza del fatto che il fascismo sia stato in tutto e per tutto un frutto del nostro Paese. Sembra sempre che noi siamo le vittime, e che il fascismo sia stato calato dal cielo come una qualche forza esogena. Purtroppo però non è così. Anzi, il movimento fascista fu il primo del suo genere. Un vero e proprio capostipite di molti altri movimenti totalitari di destra che hanno devastato il panorama politico europeo nei primi decenni del ‘900.

Se parliamo dell’olocausto, la peggiore delle colpe del nazionalsocialismo, non possiamo certo rifuggire dalle nostre responsabilità. L’Italia fu partecipe dell’olocausto e collaborò attivamente con la Germania nazista. Fare una visita alla Risiera di San Sabba, menzionata sopra, può chiarire un po’ le idee da questo punto di vista.

Ma l’Italia non si limitò all’olocausto. Il Manifesto della Razza (redatto da 10 dei principali accademici e intellettuali italiani dell’epoca) e le Leggi Razziali (votate in parlamento) del 1938 sono un’altra pagina vergognosa del nostro Paese. Termini come “razza pura italiana” e “razza ariana” entrarono nella legge del nostro Stato. A scuola questi temi sono trattati di sfuggita, sempre che il tempo lo permetta, e comunque come un “episodio” frutto del “ventennio fascista”. Come se l’Italia non fosse presente, come se non fossimo sempre noi (però le due vittorie nei mondiali di calcio del 1934 e del 1938 sono italiane al 100%).

Per non parlare del colonialismo ed imperialismo italiano. Spesso dimenticato, passato sotto i riflettori della storia. Il passato coloniale italiano porta in dote circa 1 milione di morti tra guerre, rastrellamenti, esecuzioni, deportazioni. E internamento nei campi di concentramento. Si, perchè anche se non se ne parla mai, l’Italia fu responsabile di decine e decine di campi di concentramento sotto la propria diretta gestione nelle colonie libiche, eritree ed etiopi. Altri campi di concentramento italiani furono istituiti in Italia (non solo la sopra citata Risiera di San Sabba) e in Jugoslavia, con il fine di “purificare la razza italiana” (internando ebrei, sloveni, croati, bosniaci, albanesi, cinesi, rom e greci).

Ecco quindi una grande differenza tra il popolo tedesco e quello italiano. Mentre i tedeschi si sono presi le loro responsabilità storiche e hanno riconosciuto il proprio passato per quello che è, noi in Italia non lo abbiamo mai fatto. Ci siamo “deresponsabilizzati“, come facciamo sempre. E a mio avviso questo spiega l’atteggiamento dell’italiano medio rispetto a molti altri aspetti della vita economica e sociale. In Italia, ovunque ci siano dei problemi la colpa non è mai nostra, ma sempre di qualcun altro. E, se ci riusciamo, ci piace sempre dipingerci come le vittime, mai come i carnefici.

Parafrasando l’articolo 7 del Manifesto della razza (“E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”): “E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente responsabili del proprio passato“.

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