GRADO DI POLEMICA: 1/5
GRADO DI COSTRUTTIVITA’: 5/5 (si, cerco per questa volta di scrivere un articolo costruttivo)
In un interessante articolo il famoso economista Marco Fortis cerca di dimostrare tramite i dati come il futuro dell’Italia sia piuttosto radioso. Pur avendo apprezzato molto il tentativo, cercherò di spiegare qui di seguito perchè la conclusione a cui giunge Fortis sia a mio avviso errata. Spero ovviamente di sbagliarmi e che un economista con il CV di Fortis abbia invece ragione. Purtroppo, è da quando ho 15 anni che sento autorevoli studiosi di varie estrazioni e background dire che l’Italia sta per ripartire: ho smesso di credere in una qualsiasi resurrezione in assenza di riforme che la rendano possibile.
Passo 1: leggi l’articolo di Fortis. Inutile che te lo riassuma qui io. Non essere pigro, è breve e chiaro, ci metterai meno di 10 minuti.
Passo 2: leggi qui di seguito la mia critica all’articolo di Fortis.
Innanzitutto, il principale problema dell’articolo è che Fortis si concentra su quelle che in realtà sono il fiore all’occhiello del nostro Paese: le PMI. Pur con i loro limiti, legati alle dimensioni ridotte, le PMI italiane – ma in generale l’intero settore privato italiano soggetto a concorrenza – è certamente all’avanguardia ed in grado di competere nei mercati internazionali.
Il problema è che il tessuto economico delle PMI italiane coinvolge una netta minoranza di persone rispetto al totale della popolazione.
Sostenere che l’Italia avrà un futuro economico roseo poichè le proprie PMI funzionano significa dare un quadro parziale della situazione del Paese. Alberto Forchielli, economista, imprenditore e finanziere, parla da molti anni di “Messicanizzazione” dell’economia italiana, sostenendo che tra pochi decenni si creeranno in Italia veri e propri quartieri protetti militarmente a difesa delle imprese appartenenti ai distretti industriali in grado di competere su scala globale. Fuori da questi quartieri protetti, vi saranno solamente imprese operanti in mercati criminali o malavitosi, oltre che un’economia di sussistenza basata sul mercato nero. Speriamo tutti che la visione distopica di Forchielli non si realizzi. Quel che è certo è che le PMI italiane sono competitive nonostante siano in Italia, non grazie al fatto di esserlo.
Al di là dei catastrofismi, l’analisi di Fortis non tiene conto che la maggior parte degli italiani non è coinvolta nelle dinamiche della PMI. Pensiamo al nostro enorme e improduttivo apparato burocratico. Pensiamo alla gigantesca massa di pensionati. Pensiamo ai numeri da capogiro dei NEET in Italia (giovani che non studiano e non lavorano). Pensiamo ai tanti mercati protetti dalla competizione e dominati da logiche clientelari. Pensiamo all’economia sommersa e irregolare. Pensiamo all’economia criminale.
Ho pensato di approfondire solamente due dei tanti fattori che mi portano ad essere “realisticamente pessimista“.
Fattore 1: La società signorile di massa
Consiglio a tutti il libro “La società signorile di massa” di Luca Ricolfi, sociologo, accademico e politologo. Scritto con un taglio sociologico, più che economico, contiene una lettura della società italiana basata su alcuni dati macroeconomici e sociologici. Rispetto a Ricolfi, personalmente criticherei molto meno i giovani italiani e molto più gli anziani italiani (d’altra parte, chi sono i responsabili per la situazione del Paese, i nostri teenager?). Al di là di questo aspetto, il libro è veramente istruttivo e vale la pena leggerlo, comunque la si pensi. Per farla breve, ecco le caratteristiche della società italiana, che la rendono unica al mondo:
- 1) il numero dei non-lavoratori supera quello dei lavoratori (solo il 39.9% della popolazione italiana con più di 15 anni lavora!)
- 2) l’accesso a consumi opulenti è diventato di massa (la stragrande maggioranza degli italiani ha accesso ad un livello di consumo che eccede di gran lunga i bisogni essenziali, attestandosi al triplo del livello di sussistenza, che attualmente per una famiglia di due persone è fissato in circa 12.000 euro l’anno)
- 3) l’economia è stagnante, non cresce più da vent’anni (stiamo diventando una società “a somma zero”)
L’Italia è l’unico paese al mondo dove i tre elementi di cui sopra convivono. Secondo Ricolfi, la società signorile di massa italiana si basa su tre pilastri fondamentali.
- 1) l’enorme ricchezza, reale e finanziaria, accumulata da due generazioni, quella dei nonni e quella dei padri (la ricchezza media delle famiglie italiane è di 400.000 euro; secondo Ricolfi quella italiana è ormai una “repubblica basata sulle rendite” con una bassa propensione al lavoro)
- 2) la distruzione della scuola con la connessa disoccupazione volontaria (con contestuale abbassamento degli standard educativi e del livello di competenza anche di chi completa il percorso di studi fino alla laurea)
- 3) una vasta infrastruttura paraschiavistica (con circa tre milioni e cinquecentomila occupati che vengono sfruttati per la creazione di un surplus economico di cui si approfitta la maggioranza “signorile” degli italiani; il numero considera le varie categorie di lavoratori senza alcuna tutela, molti dei quali stranieri, che Ricolfi descrive più in dettaglio nel suo libro)
Fattore 2: Assenza di un ecosistema di startup
Il modello di startup non ha nulla a che vedere con il modello delle PMI. Gli americani divido il concetto di “lifestyle business” (simile al nostro concetto di PMI) dal concetto di startup (che poi diventa scale-up quando ha successo). In un altro articolo del blog magari proverò a parlare più a lungo di questi concetti, che temo siano chiari a pochissime persone in tutta la penisola italiana. Diciamolo in due parole: startup non è una newco (cioè, una nuova azienda) di una PMI. E’ una cosa totalmente differente. Un modello di impresa diverso.
Possibile definizione di startup: è una impresa, normalmente ad alto contenuto tecnologico e con un mercato potenzialmente globale, con un modello di business necessariamente scalabile, e che ha l’obiettivo di ricercare una rapida crescita, che conquista per apporti crescenti di capitale, alimentandosi attraverso progressive diluizioni dei soci. Detto in altro modo: il CEO pensa alla crescita e solo alla crescita. Fantastico l’articolo di Paul Graham sul tema.
Possibile definizione di PMI: è un’impresa autosostenibile su scala limitata, a controllo partecipativo rigido, salvo operazioni straordinarie. Detto in altro modo: il CEO pensa all’EBIT.
Perchè tutta questa premessa? Perchè personalmente sono fermamente convinto che senza un ecosistema decente di startup qualsiasi paese avanzato non possa difendere la propria posizione competitiva a lungo. L’ecosistema italiano di startup è praticamente inesistente. E’ ancora in una fase embrionale, con un ritardo di almeno 10 anni su ecosistemi come quello francese e tedesco, e un ritardo incalcolabile rispetto agli ecosistemi migliori al mondo (USA, Israele, UK…per non parlare della Cina). Il mondo delle startup è gestito dalle istituzioni italiane in modo dilettantistico ed è in preda alle lobby medioevali che dominano il Paese (come la famigerata casta dei notai). In Italia abbiamo un solo unicorno: Yoox, la cui storia imprenditoriale parte nell’ormai lontano 2000. Il resto delle startup di successo presentate dalla stampa come “italiane” in realtà vengono quasi sempre fondate da imprenditori italiani all’estero, oppure scappano all’estero poco dopo la fondazione (indicativa è la storia di DePop, per chi vuole approfondire).
La cosa che mi rende pessimista è che nell’agenda della politica il tema startup, strategico per il futuro del Paese, sia trattato come un argomento secondario. Infatti, nel tanto decantato PNRR (elogiato anche da Fortis nel proprio articolo) di startup in Italia si parla poco o nulla.
Peccato che tutti i settori cambieranno nei prossimi anni. Tutti. Nel futuro, chi delineerà la storia dell’economia non saranno le PMI, ma le startup che diventeranno scale-up e poi domineranno i mercati globali. D’altra parte, praticamente tutti i protagonisti del cambiamento già avvenuto negli ultimi vent’anni sono nati con un modello startup, per poi diventare scale-up e poi dominare il mercato. Si tratta di aziende cresciute con il supporto di Venture Capital (diversi dai “Private Equity per small cap” che sono invece i poveri VC italiani). Alcuni esempi di ex startup? Amazon, Google, Salesforce, Paypal, Facebook, Tesla sono tutti business che sono stati “venture-backed“. Altri esempi meno “famosi”? Guardate a Revolut, nata nel 2015 in UK: oggi vale 33 miliardi di Dollari, secondo l’ultimo round di investimenti (che ha reso tramite le stock option 76 nuovi milionari tra le prime linee dei dipendenti, senza nemmeno contare i fondatori). L’Italia farà da spettatore nella rivoluzione tecnologica in atto. Sarà la rivoluzione tecnologica a guidare la crescita economica futura, che non si raggiunge per decreto. E sarà la capacità dei singoli paesi di dominare i nuovi trend tecnologici a determinare come tale crescita economica verrà spartita nel mondo. A essere ottimisti, l’Italia sarà un semplice ingranaggio del sistema, proprio grazie alla sua rete di PMI che approfitteranno dei nuovi trend tecnologici per crescere ulteriormente, alcune in maniera importantissima. Ma tali PMI saranno meramente partecipi del cambiamento, senza quasi mai essere le principali protagoniste della rivoluzione epocale in corso.
In sostanza, a mio avviso c’è poco da stare allegri. Fino a che non risolviamo i problemi endemici del Paese, non ci sarà un futuro di crescita sostenibile. E creare una crescita a debito, non basata sui giusti investimenti che guardino al futuro, non è una strategia sostenibile. A proposito, in macro-economia il fattore più importante è il rapporto debito su PIL: prima di parlare di un futuro roseo per l’Italia suggerirei di guardare a come questo dato è cambiato in Italia negli ultimi 40 anni. Crediamo davvero che sia possibile ripartire con la crescita sostenibile in un’Italia in cui l’imprenditoria viene disincentivata, l’innovazione viene derisa, il lavoro viene ostacolato, il merito viene osteggiato? Un Paese dove dominano burocrazia, prepensionamenti, caste medioevali e mercati protetti? Un Paese dove gli anziani sono sempre di più, i giovani sempre meno giovani, e i nuovi nati sempre meno? (A proposito di demografia e immigrazione, è trentanni che sento un dibattito sterile sul tema. Razzisti da un lato e buonisti dall’altro. Tutte chiacchiere inutili. La soluzione al problema non può essere fare arrivare indiscriminatamente immigrati irregolari, spesso analfabeti funzionali. E’ invece necessario mettere in atto una politica attiva che miri ad attirare immigrati regolari qualificati. E’ fondamentale evitare che i giovani italiani laureati, formati con i soldi della collettività confluiti nell’istruzione pubblica e privata italiana, emigrino all’estero. Infine, serve incentivare le nuove nascite, anche con aiuti economici in favore della natalità).
Dobbiamo prima risolvere i problemi riguardo alle tematiche strategiche per il Paese: burocrazia, giustizia, demografia, criminalità, mercato nero, istruzione, salute pubblica, imprenditoria e startup. Poi possiamo realisticamente pensare che l’Italia possa ripartire davvero con i consumi e con una solida crescita della propria economia nel suo complesso.