L’Italia, l’invidia sociale e la mancanza di meritocrazia

GRADO DI POLEMICA: 5/5

GRADO DI COSTRUTTIVITA’: 1/5

Chi come me ha poco più di trent’anni ha sempre e solo vissuto in un’Italia parcheggiata, ferma e stanca. Un Paese dormiente, dove tutto cambia affinchè nulla cambi, dove i problemi reali non vengono mai affrontati, dove si identificano di volta in volta sempre nuovi nemici immaginari, in un perenne ballo ipocrita verso il nulla cosmico.

Una Italia sempre più vecchia, anagraficamente, ma sopratutto a livello di mentalità. Mentre la globalizzazione ha stravolto gli equilibri mondiali, e la rivoluzione tecnologica ha solo iniziato a far percepire i propri effetti economico-sociali, in Italia si parla nel 2021 degli stessi insignificanti argomenti di cui si parlava nel 1998.

Siamo capaci di unirci solo attorno alla nazionale di calcio, come se fosse questa la cosa più importante. Per tutto il resto, non facciamo sistema. L’italiano è scaltro, diffidente. Il rapporto tra cittadino e Stato è demenziale: l’uno cerca di fregare l’altro, in un circolo vizioso che viene esarcerbato di anno in anno.

Quando nasci e cresci in un Paese dove tutto è finzione, dove le regole non contano, dove tutti sanno che nulla è come ufficialmente dovrebbe essere, sei abile a destreggiarti nella melma. E’ il motivo per cui gli italiani che vanno a vivere all’estero, sopratutto nei paesi avanzati dove il percorso legale e quello pratico coincidono, riescono a decollare, ad emergere, a spiccare il volo. In Italia le opportunità di crescita professionale e sociale sono rare, rarissime.

E’ il motivo per cui chi è in una posizione di potere e ricchezza viene osteggiato. La percezione generale è che sia impossibile guadagnarsi il proprio successo. Se sei ricco e potente, sicuramente hai rubato qualcosa e derubato qualcuno, oppure sei semplicemente figlio di qualcuno ricco e potente. La conseguenza diretta della percezione di mancanza di meritocrazia è l’invidia sociale. Anzichè ammirare chi ha raggiunto il successo, l’italiano medio lo disprezza.

La conseguenza della mancanza di meritocrazia è drammatica, oltre a quanto si possa a prima vista immaginare. L’assenza della speranza di migliorare la propria condizione economica e sociale toglie ogni incentivo alle nuove generazioni verso il sacrificio, lo studio, il lavoro. Insomma: tutto ciò che serve ad una società per prosperare viene disincentivato dall’atavica assenza di meritocrazia.

E’ proprio lo stretto rapporto tra assenza di meritocrazia e invidia sociale, e le sue catastrofiche conseguenze per il Paese, che mi fanno odiare dal profondo del cuore ogni forma di categoria privilegiata che in Italia continua ad arroccarsi nelle proprie rendite di posizione.

Per non fare nomi, ecco qui un elenco di queste categorie, dal mio punto di vista:

  • Notai. Una professione resa marginale dalle nuove tecnologie. Mentre nei paesi avanzati si cerca di superare ogni retaggio storico legato a questa classe medioevale, in Italia attraverso la propria influenza il Notariato non fa altro che trascinare la nazione verso l’irrilevanza. Essendo persone intelligenti, ricche e potenti, i Notai stanno ampiamente vincendo la loro battaglia. Sarà l’Italia a perdere.
  • Farmacisti. Come ogni categoria protetta da ogni concorrenza di mercato, i farmacisti non sono altro che commercianti vestiti con un camice bianco. Chiaro, molti sono dei dipendenti, che hanno pure dovuto studiare a lungo per entrare nel settore. Il problema non sono certo loro, ma chi sfrutta la licenza di “farmacista” ed il controllo artificale del settore per fare utili oltre ogni normale parametro di mercato, con un chiaro incentivo a fermare il progresso anzichè supportarlo.
  • Politici. Inutile anche parlarne.
  • Dipendenti pubblici. L’apparato burocratico italiano ha un pregio: è riconosciuto in tutto il mondo come la maggior causa dell’involuzione storica del nostro Paese. Una menzione di merito è da dedicare ai lavoratori nell’ambito della giustizia. Una giustizia talmente inefficiente e lenta da aver reso, come dice un mio caro amico avvocato, la vera minaccia in Italia non più “Ti faccio causa”, ma “Fammi causa”. Un paese senza giustizia è un paese senza futuro.
  • Pensionati. L’Italia è il paese perfetto per essere pensionati. Con età di pensionamento assolutamente insostenibile, spese mediche totalmente a carico della collettività e pensioni sopra ogni parametro considerando la capacità del Paese di produrre ricchezza, i pensionati sono una categoria numerosissima e altrettanto dannosa.
  • Aziende statali e parastatali, e concessionari pubblici. Dalla RAI, alle aziende municipalizzate, una serie infinita di istituzioni che cercano in ogni modo di fermare il tempo, assorbire rendite di posizione, creare reti clientelari. Nella mia personale classifica di enti, istituzioni e aziende inutili, meritano una “honourable mention”: Autostrade per l’Italia (azienda privata, ma in grado di accaparrarsi, grazie ai propri rapporti politici, utili oltre da ogni plausibile aspettativa, con le tariffe maggiori in Europa e una qualità di manutenzione stradale che…be’ vabbè Ponte Morandi insomma), Invitalia (dico solo che l’Amministratore Delegato si chiama Domenico Arcuri…), Alitalia (la compagnia di bandiera…è da quando sono piccolo che sento parlare del rilancio di questa magica realtà…senza salire su uno solo dei loro aerei in vita mia).
  • Sindacati. Una delle categorie che più di ogni altra mi manda ai matti. Nati per difendere i lavoratori, non sono altro che una cricca autoreferenziale che difende chiunque paghi la tessera. Lottano una battaglia contro il “padrone”, chiunque esso sia, senza capire che imprenditori e lavoratori nel mondo moderno non sono altro che due facce della stessa medaglia. E’ l’emblema della lotta al merito. Senza qualsiasi tipo di coerenza e di dignità, i sindacati odierni in Italia sono una vergogna, aggravata dal fatto che avrebbero un ruolo veramente importante nella società, che tradiscono puntualmente.
  • Devo continuare? Credo di aver dato l’idea.

Ora che mi sono sfogato chiudo con una speranza per il futuro. Un giorno vorrei vedere un’Italia dove chi ha successo venga celebrato. Dove i risultati positivi siano frutto del lavoro, dell’impegno, dello studio, delle capacità e della competenza. Dove anche l’uomo medio apprezzi l’importanza di pianificare un percorso personale di crescita, nella convinzione che questo porti a raccogliere frutti per sè e per la collettività. Dove il guadagno di un uomo non significhi la perdita di un altro uomo. Perchè se un Paese cresce, siamo tutti a guadagnare. Dove le rendite di posizione non siano ambite, ma profondamente avversate. Dove merito non sia sinonimo di utopia, e dove ricchezza non sia una parolaccia ma una speranza condivisa.

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